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Un mondo fuori dalle nostre possibilità, fuori dai nostri sogni. Io non ci credo. Non riesco a pensarla così. Una sera di luglio ho capito perché valga la pena seguire quella traccia d’essere me, d’essere capace di far invertire la rotta del mondo. Ci sono state quattro cose insieme, tutte in una magnifica notte d’estate: uno spettacolo, una donna, dei pannelli bianchi e una sola parola.
Uno spettacolo icona, o meglio com-memorativo, di una compagnia teatrale che ha scomposto gli ingranaggi arrugginiti della storia del secolo scorso: The Living Theatre.
Una donna, piccola e ossuta, di circa novant’anni, inerte nel mondo reale, forse un po’ debole e raffreddata, ma sul palco forte come l’amore. Insieme al suo compagno Julian Beck, negli anni cinquanta, lei, Judith Malina, ha fondato questa “cosa vivente” chiamata teatro. Quella sera ha lanciato l’urlo che libera (“l’urlo del Living”) che avrebbe invaso una Bologna lacerata dal brusio insulso di giovani come me che, molto spesso, perdono la forza del credere.
I pannelli bianchi sono stati sporcati di nero, sporcati dalle tracce scritte di ogni spettatore, da me che con pelle inesperta ho creduto di lasciare una memoria. Su quel pannello bianco ho tentato di incidere una parte di me, di ciò che sentivo. Eravamo chiamati a dare un senso a ciò che avevamo visto con occhi nuovi.
The plot is Revolution, il titolo dello spettacolo: la trama è la Rivoluzione. La parola è appunto questa. Fin troppo usata, non mi ha mai soddisfatta. Non sono mai riuscita a carpirne il senso. Oggi ho deciso, però, di cercarne la radice: revolvere che oltre al significato di volgere contro, racchiude anche il senso di un ritorno. Il ritorno sullo stesso punto del moto dei pianeti. Il ritorno a casa dopo un viaggio. Il ritorno di ciò che avevamo perso. Il ritorno di un amore insperato. Il ritorno del coraggio che vacilla. Il ritorno di un governo mai cambiato. Di un sogno mai realizzato. Di un sorriso non sperato. Il ritorno del dolore. Del nulla. Della luna piena. Del diverso e dell’uguale. Il ritorno del cambiamento.
Potrei perdermi all’infinito e continuare a scrivere fiumi di parole. Prendo appunti su questo piccolo articolo mentre sono su “un treno che ritorna” e penso che non ci sia cosa più bella del tornare, perché il tornare presuppone l’andare. Andata e ritorno racchiudono la sottile traccia della presenza, di un movimento. Qualcosa che va e viene come l’onda, come il respiro, come la vita.
La rivoluzione è un ritorno alla vita, come il teatro, come noi giovani che torneremo ad essere dei “vecchi bambini”, dei “rimbambiti”, mentre ora torniamo alla speranza dell’azione dei sogni. I sogni tornano come gli incubi, ma a differenza di questi producono la rivoluzione vera, la vita. Non voglio lasciarla sfuggire, voglio un mondo che vada e torni con mille lucciole accese che noi giovani, insieme, non spegneremo mai.
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venerdì 9 Giugno 2023