Il tema del doppio, la dicotomia tra bene e male, tra luce ed ombra affascina da sempre artisti e pubblico. Non stupisce quindi che fin dalla pubblicazione – prima su una collana di racconti thriller nel 1885, diventando poi un vero e proprio libro l’anno successivo – Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson divenne subito un successo editoriale da quarantamila copie vendute, entrando nell’immaginario comune e coinvolgendotuttora intere generazioni.
Nella trasposizione teatrale di Sergio Rubini – in veste di regista e attore – vista di recente al Teatro Sociale di Trento, la trasformazione dell’onorevole e stimato dottor Jekyll nel suo doppio malvagio e animalesco viene completamente epurata dagli artifizi allegorici del suo inventore (l’ausilio esterno della pozione chimica), optando invece per una lenta ma inesorabile discesa nell’inconscio teorizzato da Freud e da Jung con la nascita della psicanalisi, circa mezzo secolo dopo la stesura del testo di Stevenson.
Il buon dottore diventa così un blasonato medico della mente vissuto a cavallo tra l’Otto e il Novecento, che, dopo una serie di studi sui propri pazienti, giunge alla conclusione che tutti i loro disturbi sono causati dal conflitto tra l’Io e i loro istinti più reconditi, liberi e creativi, da lui denominati Ombra. L’unica cura risulta dunque entrare in comunicazione con essa, liberarla dalla gabbia della razionalità per permettere che emerga, portando alla soddisfazione dei propri desideri inconfessabili: è così che fa il suo ingresso trionfale Mr. Hyde.
L’innovazione di Rubini risulta particolarmente riuscita grazie ad una serie di stratagemmi ben architettati e alla magistrale prova di attore di Daniele Russo che si fa letteralmente in due nel ruolo del protagonista Jekyll/Hyde, coadiuvato da fortunati camouflage e un accurato lavoro sulla voce. Per sé il regista riserva invece il duplice ruolo di narratore e personaggio – Hastie Lanyon, collega, amico del dottore e vittima della sua Ombra -. Proprio l’idea di intervallare allo svolgimento della storia il suo racconto,leggendone il resoconto fornito da uno dei personaggi, è un altro elemento convincente della trasposizione, poiché aiuta a tenereviva l’attenzione del pubblico e sottolinea ulteriormente la duplicità del testo. Scenografia e luci completano il quadro materializzando il tema del doppio nell’oggetto della porta, centrale al palcoscenico, che segna il confine tra fuori (l’Io) e dentro (l’inconscio). Ogni volta che ruota sui suoi cardini avviene la magia e, a turno, i personaggi che l’attraversano ne escono cambiati, rinnovati, nel caso di Jekyll addirittura altri.
Sull’attualità dell’opera di Stevenson poi, Rubini stesso spiega: “Il racconto da cui siamo partiti è in effetti solo d’ispirazione a una storia più vicina ai temi della nostra contemporaneità, offrendo allo spettatore la possibilità non solo di rispecchiarsi in quelli che sono i pericoli ma anche i piaceri che scaturiscono dalla propria ombra, ma anche di essere spunto di riflessione sulla necessità di dialogare col proprio inconscio, portarlo fuori e condividerlo con la collettività per evitare che la nostra ombra scavi in solitudine nel nostro io un tunnel di sofferenze e violenza”.
Foto © Flavia Tartaglia
Cultura
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venerdì 9 Gennaio 2026