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L’irresistibile umiltà di Nick Mason

A volte, di certi artisti rimane più impresso nella mente l’atteggiamento con cui si pongono rispetto a ciò che producono. Per dire: io di Ultimo conosco poco o nulla e lo trovo abbastanza dimenticabile, eppure ricordo ancora il modo in cui attaccò i giornalisti in conferenza stampa, rei di averlo “relegato” al secondo posto in un Festival di Sanremo di qualche anno fa. Invece di ringraziare il santo che comunque lo aveva fatto salire sul podio della più importante kermesse nazionalpopolare italiana, Ultimo accusò i giornalisti di «rompere il c*zzo» (sic), non concesse a Mara Venier la classica ospitata nel suo programma e ruppe la tradizione di «TV Sorrisi e Canzoni», non presentandosi per la foto di rito con gli altri finalisti.

In Italia, dove lo scenario musicale è in stato vegetativo o quasi, ci siamo fin troppo abituati a scenette simili: sedicenti cantautori che scatenano una bufera per un secondo posto a Sanremo. Sarà per questo che poi, di fronte all’umiltà dei giganti, si rimane esterrefatti. E qui sto parlando di un gigante vero.

Nick Mason è lo storico batterista (nonché cofondatore) dei Pink Floyd, l’unico membro ad aver sempre fatto parte della formazione della band dal 1965 fino allo scioglimento. Praticamente una leggenda vivente. Negli ultimi anni ha dato vita al progetto “Nick Mason’s Saucerful of Secrets”, un supergruppo prog rock che ripropone alcuni dei brani più iconici dei primi Pink Floyd, ovvero di quel periodo in cui i Pink avevano un sound molto più psichedelico, dovuto principalmente all’apporto artistico di Syd Barrett, il “diamante pazzo” che prese poi una strada diversa da quella dei colleghi a causa di gravi problemi di salute. Mason e i “suoi” musicisti – Guy Pratt al basso, Gary Kemp e Lee Harris alla chitarra e Dom Beken alle tastiere – omaggiano Syd con un affetto commovente.

Parlo con cognizione di causa, avendo avuto il piacere e la fortuna di sentirli dal vivo in apertura al Lucca Summer Festival, lo scorso 25 giugno. Un concerto incredibile e splendido (sentire dal vivo Set the Controls for the Heart of the Sun è stato un sogno), terminato con un’esecuzione impeccabile di Echoes, un capolavoro che per oltre venti minuti ti scaraventa in una dimensione parallela.

All’inizio dicevo che di certi artisti rimane più impresso l’atteggiamento del talento. Posto che non si tratta propriamente del caso di Mason, che di Talento ne ha eccome, è altresì vero che il suo stile mi colpisce molto. Pur essendo una star e una leggenda indiscussa, sale sul palco senza manie di protagonismo e, anzi, gli unici attimi che prende per sé sono alcuni brevi intermezzi tra un brano e l’altro, in cui – microfono alla mano – si alza dallo sgabello della batteria, fa una battuta e intrattiene il pubblico con qualche aneddoto. A fine concerto, nonostante la stanchezza (che, vista l’età, non dev’essere poca) firma autografi e si concede al pubblico con una disponibilità rara.

Dopotutto, solo Nick Mason con la sua irresistibile umiltà poteva sopravvivere in pieno fuoco incrociato per tutti quegli anni, sopportando placidamente gli exploit (tanto geniali quanto micidiali) di Roger Waters e di David Gilmour.

P.S. Chiedo umilmente scusa a Nick Mason per aver citato Ultimo in un articolo a lui dedicato. Non ricapiterà.

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