Il segreto dell’ombra dimenticata

Il linguaggio segue la stessa logica di una tavoletta di cera: incidere e riempire incavi per poi cancellare rilievi e lasciare spazio a nuovi segni. Un’armonia malleabile di sillabe, vocali e consonanti in continua sperimentazione conduce all’interesse per la novità provocando il morbo silenzioso della dimenticanza.

Il progetto #paroledasalvare avviato da Zanichelli nel 2019 trae origine proprio dalla consapevolezza del pericolo sempre in agguato dell’oblio. Alla fatica di lisciare la cera, Zanichelli contrappone tuttavia la fatica della memoria, riportando in vita segni desueti e dimenticati, il cui significato si rivela oggi insostituibile. Parole come spocchia, florilegio, orpello, abborracciare… Ma non è necessario addentrarsi fra i rovi di un vocabolario a noi tanto familiare quanto inesplorato per rimanere incantati di fronte alla vastità della lingua italiana. È sufficiente analizzare termini di un’immediatezza più vivida per scorgere sfumature inattese spesso adombrate dal senso comune.

La stessa espressione “adombrare”, ad esempio, è in grado di trarre in inganno un lettore distratto. L’etimologia latina “adumbrare”, infatti, è composta dalla parola “umbra” (ombra) di facile comprensione. Non c’è da stupirsi di conseguenza se tutt’ora la definizione ricorrente e prima in ordine di dizione faccia riferimento all’atto di “oscurare, coprire d’ombra” nella sua più schietta concretezza così come in senso figurativo. Ad adombrarsi, tuttavia, non è solo il sole dietro a nuvole passeggere o lo mente davanti ad un dolore intramontabile. Anche i contorni possono essere adombrati: un’ombreggiatura sfumata tracciata da un carboncino, il delinearsi di un’idea appena abbozzata, una verità rimasta incompiuta che ha perso il suo rilievo. Un groviglio di significati ormai obsoleti all’interno del lessico familiare, il cui accesso continua comunque ad essere visibile in lontananza per quanto poco nitido. La definizione della locuzione adombrare che mi ha maggiormente colta impreparata e che reputo degna di nota è di fatto un’altra: “spaventarsi o arretrare davanti a un’ombra, detto di cavalli o altri animali”. Un accostamento così inaspettato di un termine – purtroppo – già culturalmente in disuso ha risvegliato in me grande curiosità.

Quante parole restano semplici bozze confuse nell’ immenso testo della vita quotidiana? La tavoletta di cera che ognuno di noi coltiva giorno dopo giorno, ora dopo ora, si dimostra in grado di riportare in luce solchi ancora freschi che aspettano soltanto di essere riscoperti. E così, come i cavalli si adombrano all’apparizione di zone buie, la lingua italiana si adombra al manifestarsi di nuove espressioni, dimenticandosi che a volte è proprio quell’ombra tanto temuta capace di imprimere il segno indelebile della memoria.

Arianna Daicampi

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martedì 7 Dicembre 2021