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Storia (introversa) di un matrimonio: un duello ad armi mute

Storia di un matrimonio (Marriage Story), del regista Noah Baumbach, è una pellicola del 2019 distribuita da Netflix con due attori straordinari, Adam Driver e Scarlett Johansson. Driver interpreta Charlie, acclamato regista; Johansson è Nicole, sua moglie da 10 anni e madre del figlio di 8 anni, Henry.

Eppure non è come sembra: questa non è una “love story”. Questa, infatti, non è la tipica storia d’amore, questa è una marriage story. Si tratta di un film che parla delle conseguenze dell’amore, della forza dell’ego, della brutalità dei meccanismi giurisprudenziali e della dolcezza dei sentimenti contraddittori. Una pellicola che parla di divorzio, di rabbia e di tenerezza.

«You’ve got so many reasons for not being with someone, but you haven’t got one good reason for being alone» canta Charlie alla fine del film. E quella voce continua a risuonare arrivando ben oltre i titoli di coda. Ma cosa è accaduto e, soprattutto, perché? Il film a parole non offre una risposta chiara. Non per niente il suo significato può essere compreso solamente se letto tra le righe: una “marriage story” dalla cui sintassi si capisce ben poco. Ed è questa la chiave di lettura della rappresentazione inscenata da Baumbach: leggere nello schermo ciò che non si riesce a dire, a percepirlo forte, ingombrante e doloroso, senza riuscire ancora ad afferrarlo. I protagonisti, infatti, sanno di doversi confrontare, ma non sanno come iniziare. Ed è proprio questo il compito del film.

Un capolavoro cinematografico che affronta la tragedia sentimentale di due persone che non riescono più a parlarsi e che finiscono, quasi involontariamente, per farsi la guerra, come se la lotta fosse in realtà inevitabile. Ma tutto il rumore inscenato da pratiche legali e debiti finanziari non sono che una piccola parte del film. Marriage Story è la storia di un conflitto anche simbolico tra due artisti narcisisti e, con essi, tra due ruoli sociali: un’attrice magnifica alla ricerca della propria autonomia e una donna competitiva, perfezionista e insicura, stanca di una relazione asimmetrica; un regista geniale sbocciato all’interno del matrimonio e un padre fragile oppresso da una giurisprudenza asfissiante.

I protagonisti si muovono sulla scena proprio come sul palco di un teatro, con dialoghi infiniti, ambienti ben delimitati ed espressioni enfatizzate. Forse è proprio questo il motivo per cui “Marriage Story” in realtà non parla né di amore né di disamore, quanto del fatto che, nel mondo dello spettacolo così come della rappresentazione familiare, semplicemente non possano esserci due registi, ma solo un(a) regista e un(a) interprete. La chiave di lettura di Marriage Story è proprio questa: si tratta di una crisi matrimoniale fatta esistere, essenzialmente, come scontro di attori soli su un palcoscenico e delle loro autorappresentazioni. Non c’è un colpevole, non c’è una vittima né un carnefice, ma solo due personaggi intrappolati nelle proprie singole storie. Ed è solo nel dialogo che trova spazio la catarsi.

Così, senza ulteriori spoiler, il film procede rendendoci spettatori di come, sotto il copione immaginario del matrimonio che Nicole e Charlie si gridano addosso, è esistito dell’altro. È la verità del loro amore ordinario in quanto tessuto immemorabile fatto di oggetti, gesti, vicinanze, bugie, tagli di capelli, incrinature… Un matrimonio e una storia che si narrano e si fanno narrare da frasi spezzate e ricordi di un’intimità non eclatante (anzi, quasi banale) che segnano la vita vera, quella vissuta. La storia di un matrimonio che rimane sempre lì, sospesa, tra ciò che inizia, continua e finisce senza trovare risposta ad un ulteriore “chissà se…”.

Cultura
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giovedì 11 Agosto 2022