La legge della montagna: il sentiero del saluto

Eccolo, lo riconosci subito: smarrito, insicuro, impacciato. Colui che, posto dinanzi ad un “ciao”, sprofonda impaurito nei recessi della memoria alla ricerca di un volto, di un nome (anche soltanto di un’iniziale!). Colui che ti squadra un po’ stralunato rimuginando tra sé e sé “Ma perché mai mi saluta questo?”. Ma sì, è proprio lui: il novizio! Colui che non saluta, colui che non ricambia, colui che non sa. Ma non temere, mio caro novizio, imparerai presto!

Il saluto in montagna, infatti, è un’usanza estremamente contagiosa, un’abitudine antica avvolta in un manto di mistero, una forma d’arte simbolo del risveglio dell’umanità. Almeno, per chi la montagna la vive. Sì, perché ci sono anche (e soprattutto) loro: i montanari. Quelli preceduti dalla loro fama, quelli che sono sempre un passo più avanti di te, quelli che salutano tutti (ma proprio tutti!), ma non parlano mai un granché. Loro di certo lo sanno molto bene: il saluto in montagna non è solo d’obbligo, ma è anche un vero e proprio segno di adesione ad un patto di appartenenza non scritto.

Una categoria riconoscibilissima: tutti con il proprio zaino sulle spalle, con i panini da condividere e i paesaggi da vivere. Insomma, chi cammina in montagna appartiene alla categoria di chi cammina in montagna. Ma, quindi perché ci si saluta? Ci si saluta semplicemente perché impari che si fa e lo fai. “Paese che vai, come vedi fare, fai”, citando un motto popolare. Insomma, la montagna è come un paesino con pochissimi abitanti (anche se immenso): le usanze tradizionali diventano leggi. E così è accaduto per il gesto di salutarsi in montagna. È una di quelle leggi non scritte, di quelle che si tramandano di generazione in generazione, riguardo a cui nessuno si pone domande.

Ma il saluto in montagna non è solo un dato di fatto, è molto di più. Quel saluto è una catena di solidarietà, un buon augurio, una dimostrazione di riconoscimento reciproco. Quel saluto è la porta socchiusa grazie alla quale superare la stantia soglia del nostro bozzolo quotidiano ed aprirci all’altro.  Quel saluto è un istinto di sopravvivenza, una dichiarazione implicita di aiuto e di sostegno reciproco. Quel saluto è un calcio alla differenza, alla diffidenza. Una testimonianza del fatto che anche nella forma più genuina di contatto, anche in un semplice saluto, in montagna (e non solo) alla fine non siamo poi tanto diversi. E forse basta un piccolo cenno del capo, forse basta un gesto anche solo abbozzato con la mano, per unire. E allora la montagna diventa unione, la montagna unisce.

E così, novizio, esperto, ospite fortuito o habitué che tu sia, non dimenticarti mai di salutare e di ubbidire alla legge della montagna.

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sabato 10 Aprile 2021