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Il sonno della scrittura genera mostri (seconda parte)

Per leggere la prima parte dell’articolo clicca qui.

Rimane da chiedersi per quale motivo crediamo che la lingua infiocchettata che tendiamo a usare in certe circostanze sia quella di chi sta “più in alto di noi”. Sgomberiamo il campo dai dubbi dicendo subito che quella lingua non la parla nessuno. Semmai c’è chi la scrive, e qui sta il problema. Primo, perché ci fa credere che quella lingua sia effettivamente usata nei Luoghi di Potere. Ciò dà vita a un cortocircuito mentale – e, di conseguenza, linguistico – a causa del quale chi incontra un sottosegretario, un notaio o un docente pensa che l’unico modo per non sfigurare ai suoi occhi sia usare quella lingua iper-infarcita. Secondo, perché effettivamente il sottosegretario, il notaio e il docente spesso usano quella lingua, ma solo nella scrittura. Lo fanno per marcare una differenza, per delimitare un campo da gioco privato all’interno del quale sono ammessi pochi intimi adepti.

La lingua informa la realtà e la realtà informa la lingua. In Italia vige un forte classismo, chiaramente percepibile soprattutto nel mondo della scuola, tra docenti di ordini diversi: un insegnante di scuola primaria è poca cosa rispetto a uno di scuola media, il quale a sua volta pare poco più che un bon sauvage agli occhi di chi insegna alle superiori. Per accentuare questo scollamento aristocratico che – generalizzando – c’è tra chi abita i Luoghi del Potere e chi non li abita, i primi scrivono una lingua inesistente, inutilmente e malinconicamente adorna. Così la lingua rafforza un dato di realtà che – per quanto fondato su pregiudizi e ignoranza – esiste e la realtà a sua volta alimenta la lingua, in un circolo vizioso dal quale è difficile sfuggire.

Come provare a salvarsi da questa logica? Ci vorrebbe quella rivoluzione che si è sempre resa necessaria nel caso di rapporti di potere squilibrati. Naturalmente, una rivoluzione culturale, non armata, ma altrettanto violenta perché destinata a sconquassare uno status quo che è l’essenza stessa della lingua italiana, fin da quando le persone comuni hanno iniziato a usare il volgare mentre i dotti (quelli cioè che stavano “più in alto”) mantenevano il latino. Una rivoluzione culturale che deve partire, come sempre, dalla scuola. Imparare a scrivere bene significa anche rendere ciò che si scrive accessibile, democratico, alla portata di tutti i livelli di istruzione e di cultura. Perché altrimenti, come ogni espressione dell’ingegno umano che diventa appannaggio di pochi “santoni”, anche la scrittura finirà per produrre persecuzioni e martiri.

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mercoledì 7 Dicembre 2022