Anche i timonieri sanno nuotare – Gargano

Anche i timonieri sanno nuotare – Gargano

Le persone quando attraversano il mare cambiano colore. Spesso è un fenomeno fisiologico che poco ha di che spartire con la nausea e le vertigini che l’onda grossa può evocare. Come una baia accessibile solo dall’acqua, chi viaggia per mare offre al mondo una nuova prospettiva di sé, uno sguardo che da terra è impossibile apprezzare perché troppo lontano, impervio da raggiungere in macchina o a piedi. A nuoto no. Nuotare è l’unico modo di andare, muoversi, partire e arrivare contemporaneamente in due posti : quello emerso e quello immerso. Quello con la gravità e quello senza gravità, varcando a ogni respiro l’orizzonte che li separa. Chi nuota con gli occhi aperti ha l’orizzonte a un palmo di naso.

Memore di questa lezione, impartitami da mia madre ai tempi in cui voleva convincermi a togliere braccioli e occhialini con modi meno brutali rispetto a quelli paterni, ho deciso di salire su di una barca a vela e prendere il largo.

Ogni traversata è unica e irripetibile. Troppe variabili, impossibili da riprodurre. Ho optato per una distanza breve. 40 miglia. Dal porto di Molfetta, il paese in cui sono cresciuto, verso il promontorio del Gargano su Nausicaa, uno Jeanneau Sun-Odyssey di 42 piedi.

È stata una notte di luna piena a consegnarci all’alba delle insenature viola velluto di Pugnochiuso. I lupi di mare hanno ululato al vento che ci ha permesso di navigare a vela fino all’arrivo. I più audaci hanno provato l’ebbrezza del timone nella semioscurità, gonfiando d’aria e d’emozione i loro occhi, bianchi come di dacron. I più stanchi e infreddoliti si sono addormentati come in culla e risvegliati come di incanto nel chiarore di vetro del lucernaio.

La prima nuotata ha il sapore delle sei del mattino. Sa di caffè gabbiani e silenzio. Tuffarsi è una scommessa vinta. È spingersi dove lo scafo non può arrivare. È portare un messaggio dell’albero maestro ai pini marittimi, cerberi non a tre teste ma a quattro radici, guardiani della loro terra. La prima nuotata è un favore che fai a chi ti ha accompagnato fin lì.

L’ultima nuotata ha il sapore della distanza. Sa di grigio crampi e pioggia. Tuffarsi è solo l’inizio. La riva è più lontana di quello che appare. Ci arrivi solo per strapparle qualche feticcio di sasso, che peraltro ti farà nuotare ancora peggio e per recuperare le forze per tornare. L’ultima nuotata è un favore che fai a te stesso.

Così, guidato dalle tue stelle buone, prendi la tua carta nautica, le tue squadre; tracci la tua rotta, e cerchi il tuo punto nave per sapere dove ti trovi. La barca è più vicina di quello che appare. Ci arrivi. Perché ne sei parte. Il tempo trascorso sono centimetri che ti separano dall’assenza di terra, le gambe un compasso, pochi secondi una bracciata, ogni respiro un grado di latitudine.

Il mare sembra un cimitero di gocce. Acqua da sopra. Acqua di sotto. Per una volta l’orizzonte non segna il confine tra cielo e terra ma tra acqua e non terra. E io l’ho visto, senza braccioli. A prua, a un palmo di naso.

Bulkington

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martedì 2 maggio 2017