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Cicerone e “petaloso” (Parte I)

Se improvvisamente, per incanto o per tecnologia, fossimo in grado di riportare in vita il celebre oratore latino Marco Tullio Cicerone, indiscusso maestro di prosa per molti secoli, sulle cui opere schiere e schiere di studenti si sono spaccati (per fortuna!) e si spaccheranno ancora (speriamo) la testa, catapultandolo dal I secolo a.C. nella Roma del 2016, egli rimarrebbe probabilmente un po’ sorpreso.

La gente nella Città Eterna non parla più la lingua di Romolo e Remo (ma neanche lui la parlava, a dire il vero), sostituita da una delle di lei belle figlie neolatine e sopravvissuta come idioma ufficiale, definito e a sé stante, solo in un’istituzione religiosa che lui non ha mai conosciuto in vita e che forse – ipotizzo in attesa di poterglielo chiedere direttamente – non avrebbe mai approvato.

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O tempora! O mores! Superato il primo spaesamento, il povero Marco, prima di gridare allo scandalo e allo scempio perpetrato ai danni della sua amata lingua latina, cercherebbe di raccogliere qualche notizia (come ha sempre fatto, d’altronde, prima di prendere parola in un tribunale) e, leggendo libri su libri di storia della lingua in qualche biblioteca (ma sì, trattatistica del genere in lingua latina se ne trova ancora), ricostruirebbe un quadro complesso e stratificato, fatto di ingenii che si sono spesi sull’argomento e non di tweet (lungi da lui il termine!) pubblicati su Internet, che in moltissimi secoli (millenni? Non è esagerato), per svariati motivi (dalla disgregazione dell’Impero romano e della sua già precaria unità linguistica alla ridefinizione dei rapporti politici e commerciali tra popoli, dall’emersione di sostrati linguistici mai del tutto soffocati a un costante movimento di idee e persone), ha portato alla nascita della lingua italiana, a scapito di quella latina.

Ma quale lingua italiana? Si renderebbe subito conto che la lingua di Dante non ècertamente quella di Niccolò Machiavelli, così come quella di San Francesco d’Assisi non è quella di Alessandro Baricco o dei Modà. Allo stesso modo e per le stesse ragioni, dovrebbe ammetterlo, nemmeno il latino dei fondatori di Roma era quello scritto e parlato ai suoi tempi da lui o da Giulio Cesare.

Il nostro sempre più sconcertato Cicerone, con un po’ di rammarico ma anche una certa curiosità, si troverebbe all’improvviso a fare i conti con le differenze linguistiche (che, da persona intelligente, non chiamerebbe tuttavia errori) tra una delle sue Catilinarie e una tragedia di Seneca o l’ultima enciclica papale. Di nuovo, da persona seria e riflessiva, non imprecherebbe contro un destino beffardo e ingrato: capirebbe subito (ma credo che già lo sapesse) che la lingua non appartiene solo a lui, ma a tutti coloro che la parlano e che, proprio per il fatto che la sfruttano e la tengono viva, la modificano e le fanno prendere esiti inaspettati e imprevedibili, all’interno di una cornice quasi darwiniana che regola ogni aspetto della vita umana, facoltà linguistica compresa, facendo sopravvivere solo ciò che è adatto a sopravvivere e morire ciò che, per qualche motivo non sempre così facile da comprendere, non serve più.

Se così non fosse, d’altronde, non avremmo forse mai sentito parlare, purtroppo, di “trovatori provenzali” o di “scuola siciliana”, esperienze poetiche che, immagino, avrebbero allietato per qualche momento anche l’animo turbato del malcapitato risorto.

Leggi anche:
Cicerone e “petaloso” (Parte II)

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