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Quando anche la Spagna parla un noioso sloveno

Per il terzo anno consecutivo, la Vuelta a España parla sloveno. Primož Roglič, fresca medaglia d’oro nella prova a cronometro delle Olimpiadi di Tokyo, ha fatto festa a Santiago di Compostela, sede d’arrivo dell’ultima tappa dell’importante corsa spagnola. Per lui, oltre alla vittoria finale, anche quattro vittorie di tappa.

È stata una vittoria netta, una leadership mai veramente in discussione, una prestazione di dominio totale: quasi cinque minuti sul secondo in classifica, otto sul terzo. Eppure la Vuelta non era l’obiettivo primario di Roglič, che ha iniziato il 2021 con un chiodo ben fisso in testa: detronizzare il connazionale Pogačar e vincere il Tour de France. Ma basta una sbandata del destino per mandare all’aria i piani (e mesi di preparazione e allenamenti). O una sbandata della bicicletta: terzo giorno di Tour, un contatto con la ruota del corridore che lo precede e Roglič si trova per terra senza nemmeno rendersi conto che il suo sogno di vincere il Tour finisce in quel momento. Infatti, dopo essere risalito in bicicletta e aver corso – accumulando diversi minuti di ritardo – un paio di tappe ancora, decide di ritirarsi per concentrarsi su altri obiettivi. Tra i quali, appunto, Olimpiadi e Vuelta, centrati entrambi.

Qual è il problema, allora? Perché evidentemente un problema c’è, altrimenti questo articolo sarebbe già finito. Il problema è che Roglič ha vinto senza trovare ostacoli sulla propria strada. La sua leadership non è mai stata in discussione perché non c’era nessuno che potesse farlo. Esattamente come per Pogačar al Tour de France. In quell’occasione si era parlato di corsa noiosa e poco combattuta. Sono aggettivi in parte validi anche per la corsa spagnola. Nonostante i tentativi – è vero, spettacolari – di Egan Bernal (l’unico che, sulla carta, poteva battere Roglič), nessuno ha tentato di attaccare il ciclista sloveno. Come in occasione del Tour de France, anche alla Vuelta i corridori che occupavano le posizioni principali della classifica generale hanno dato l’impressione di tenere al loro posizionamento, preoccupandosi di non perdere più che di guadagnare. Solo Bernal ha cercato di far saltare il banco, attaccando da lontanissimo a poche tappe dal termine della corsa, fedele a un vecchio adagio ciclistico: “Salto io o salta la corsa”. È saltato lui.

Le ultime righe di questo articolo spettano a Fabio Aru, che si è ritirato dalle corse professionistiche al termine della Vuelta. Talento in erba, incapace di confermarsi veramente ai massimi livelli, negli ultimi anni è stato l’unico ciclista italiano insieme a Nibali a vincere un Grande Giro (la Vuelta del 2015) e a far sognare tutti i tifosi, mettendo in ogni corsa anima e cuore. Negli ultimi anni, a causa di risultati non all’altezza delle aspettative, ha ricevuto una montagna di critiche, che ne hanno minato solidità e sicurezze e che hanno giocato un ruolo nella decisione di ritirarsi ad appena 31 anni. La speranza è che sappia finalmente trovare la propria strada.

Sport
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martedì 6 Dicembre 2022