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Golden State Warriors: fine di una dinastia

Non mi nascondo: tifo Warriors. Penso si sia capito dai miei articoli passati, ma meglio metterlo di nuovo in chiaro. Tifo Warriors e ho vissuto questi playoff con dolceamara sensazione. Gli Warriors sono stati eliminati al secondo turno dai Los Angeles Lakers, che ora affronteranno i temibili Denver Nuggets. L’eliminazione – la prima dell’era Kerr, allenatore arrivato sulla panchina di Golden State nel 2014 – segna la fine di un’epoca e di una dinastia che ha cambiato il gioco della pallacanestro. Con sei finali giocate, di cui quattro vinte, negli ultimi 8 anni gli Warriors sono diventati l’emblema della NBA moderna: veloce e frizzante, giocata a ritmi frenetici, quasi insostenibili, spettacolare e fondata sul tiro da tre punti. Ma ora gli interpreti principali di questa pallacanestro dovranno lasciare spazio ad altre squadre.

Dovranno farlo perché tutti i cicli finiscono. Lo dice in primis la carta d’identità dell’anima degli Warriors: Steph Curry ha 35 anni, Draymond Green e Klay Thompson 33. Quest’ultimo, con il doppio terribile infortunio delle due passate stagioni, è diventato la pallida copia del giocatore in grado di incantare con i suoi strappi i palazzetti statunitensi. Lo dice poi il naturale corso delle cose: anche lo sport è usurante, e lo è soprattutto ad alti livelli. Non è sempre facile – da campioni in carica come gli Warriors – trovare gli stimoli giusti per competere con avversari che invece hanno molta più fame.

La stagione 2022-2023, arrivata dopo una impronosticabile vittoria lo scorso anno, è emblematica: gli Warriors non hanno mai dimostrato di essere la squadra da battere. Certo, lo erano sulla carta, ma fin dalle prime battute la regular season ha messo in dubbio il pronostico. Troppe le partite perse fuori casa, troppi i black-out difensivi, troppe le incertezze in attacco. Solo Steph Curry ha regalato un’altra stagione stratosferica, tanto da far venire il dubbio che l’aria di Akron (Ohio) abbia qualcosa di particolare, visto che lì oltre a Curry è nato anche LeBron James.

Infine vanno considerate l’incerta tenuta psicologica e la scarsa coesione dello spogliatoio. Sono stati fatti errori anche a livello dirigenziale: il frettoloso rinnovo del contratto di Jordan Poole a cifre astronomiche s’è dimostrato controproducente, dal momento che il numero #3 degli Warriors si è involuto in modo imbarazzante nei playoff, forse schiacciato dal peso delle aspettative. E ora la dirigenza deve affrontare la spinosa questione del rinnovo di Green e di Thompson con uno spazio di manovra a livello salariale davvero minimo.

Insomma, questa estate sarà fondamentale per il futuro di una squadra che ha ormai nel suo DNA la vittoria. La dinastia è terminata, il ciclo si è chiuso. Ma sulle ceneri di questa squadra può rinascere qualcosa di nuovo, qualcosa di speciale. Dipenderà da molti fattori, ma sarebbe imperdonabile gettare al vento quanto conquistato negli ultimi dieci anni.

Sport
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mercoledì 17 Aprile 2024