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Al Tour de France trionfa lo sport, quello vero

Sono pur sempre italiana e non lo nego: le vittorie di Marco Pantani e di Vincenzo Nibali al Tour de France resteranno per sempre nei nostri ricordi più belli e il fatto che non si vedano giovani eredi all’orizzonte è deprimente. Ciononostante, pur rimpiangendo l’assenza di qualche talento azzurro, che l’ultimo Tour sia stato di una bellezza abbacinante è un dato di fatto che va riconosciuto.

Il merito è tutto (o quasi) del Team Jumbo-Visma e di Tadej Pogačar. Non sono una grande ammiratrice dello sloveno – non ho mai amato, per gusto personale, quei fenomeni che monopolizzano le competizioni con il loro talento, rendendo il risultato finale una mera e prevedibile formalità – ma quantomeno gli riconosco la capacità di saper stupire. Non ha mai smesso di attaccare, neanche quando la sua “sconfitta” era ormai certa, per amor di spettacolo e di agonismo. Ha vinto tre tappe, ha dimostrato ancora una volta di essere un corridore completo e ha raggiunto un ottimo secondo posto pur avendo una squadra pressoché assente.

Il Tour non è stato però di una bellezza abbacinante solo dal punto di vista delle prestazioni atletiche: è stato meraviglioso per il fair play che lo ha caratterizzato. L’immagine di Pogačar che stringe la mano a Vingegaard dopo che questi ha atteso che rientrasse dalla caduta ha già fatto (giustamente) il giro dei social, ma quel gesto non è che la punta dell’iceberg di una Grande Boucle corsa all’insegna del rispetto reciproco, tra avversari ma anche tra compagni: commovente per esempio lo spirito di sacrificio e l’umiltà di grandi campioni come Wout Van Aert, costantemente al servizio del proprio capitano.

Menzione d’onore anche per un altro grande campione, uno sloveno (no, per una volta non è Pogačar). Parlo di Primož Roglič. Mettetevi nei suoi panni: nel 2020 era il più forte e il Tour era praticamente nelle sue mani; compie però il grave errore di sottovalutare il “bimbo” Tadej e, all’ultima cronometro, perde tutto. In un mese si risolleva e vince Liegi e Vuelta. Torna più carico che mai al Tour l’anno successivo, con il grande obiettivo di vendicarsi e di strappare lo scettro a Pogačar: cade praticamente subito ed è costretto a ritirarsi. Di nuovo si rialza e conquista oro olimpico a cronometro, terza Vuelta di fila, Giro dell’Emilia e Milano-Torino. Rogla però vuole il Tour.

Finalmente dopo due anni di sfortune può riprovarci, ma anche nel 2022 rimane quasi subito coinvolto in una caduta. Si lussa la spalla (che rimette a posto da solo) e si frattura due vertebre, ma la squadra gli chiede di fare da ariete sulle Alpi e resiste. Professionista esemplare, nonostante il dolore Rogla esegue e recita divinamente il ruolo di esca tattica a favore di Vingegaard. Atleticamente un suicidio, perché la sofferenza aumenta a tal punto da costringerlo al ritiro.

Pogačar è caduto nel bluff di Roglič, il quale ha vinto a poker non per sé, ma per il compagno, con la consapevolezza che ormai il Tour non riuscirà a vincerlo più.

Se questo è stato uno dei migliori Tour de France degli ultimi anni per sportività e combattività lo si deve anche a lui, al “fratello maggiore” che ha seguito il resto del Tour e la vittoria dei compagni dal televisore, con la spalla malconcia.

Sport
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