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Festival dello Sport: intervista a Fabio Genovesi, cantore dell’epica di Marco Pantani

Incontrare Fabio Genovesi e sentirlo parlare fa sempre un gran bene. Grazie alla sottile arte della narrazione, di cui è maestro, Genovesi riesce a solleticare le corde più profonde dell’animo di chi lo ascolta sia quando parla della propria infanzia (lo fa benissimo e in un modo unico) sia quando affronta l’epica del ciclismo. Ascoltarlo è un dono prezioso, perché prezioso e speciale è ciò che ti lascia ogni volta.

Fabio Genovesi è stato protagonista di un incontro dedicato a Marco Pantani nel corso della terza giornata del Festival dello Sport. Perché, che c’entra Genovesi con Pantani? C’entra, c’entra eccome, dal momento che Fabio Genovesi è autore di uno dei più bei libri sul Pirata, Cadrò, sognando di volare, un libro che finalmente spoglia l’epica di Pantani dalla sporcizia – spesso sciacallatica – che si è accumulata dopo la sua morte, restituendoci l’immagine di un campione. Quale Pantani è stato, anche se si tende spesso a dimenticarlo. Dopo l’evento siamo riusciti a fare un paio di domande a Fabio Genovesi.

Qual è stata, secondo te, l’impresa più bella di Pantani?

La sua impresa più grande è stato tornare dopo i fatti del ’99 (la positività all’EPO e la squalifica al Giro d’Italia, n.d.r.). Soprattutto quando è riuscito a tornare grande nei Tour dei primi anni del Duemila. E non sono state tanto le vittorie che ha ottenuto, quanto il vederlo a quei livelli con un allenamento piuttosto scarso, dimostrando che era un campione, tanto più che in quegli anni non aveva nemmeno fatto la vita da ciclista. Arrivare ad avere quelle performance significa essere un campione per natura. Pensa che cosa avrebbe fatto invece se avesse potuto allenarsi per bene.

Un unico aggettivo per descrivere Pantani?

Impossibile. Perché ha sempre fatto cose che gli altri reputavano impossibili.

Credi che tutto quello che è successo dopo la morte di Pantani abbia appannato le imprese compiute in vita?

Purtroppo sì, perché abbiamo sempre quella perversione, la pornografia del dolore. Negli anni della decadenza tutti volevano sapere che cos’era la sua vita, che cosa faceva, come si comportava, così quando è morto tutti volevano scoprire chi l’aveva ucciso. È come se tante persone fossero affascinate solo dal male, dal brutto, dal sospetto. Mi dispiace perché sono persone incapaci di godere della bellezza e allora devono andare a rifugiarsi in quelle cose lì. Pantani ha sofferto anche di questo, ma per fortuna tanti altri lo amano e lo hanno apprezzato per quel che era.

E un modo per riscoprire il vero Pantani potrebbe essere il rivedere le sue imprese, giusto?

Esatto, una cosa utile di Internet è che puoi andare a rivedere le cose. Puoi ritornare al 1998 in un attimo.

Sport
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lunedì 5 Dicembre 2022