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Un faro nella tela

coordinate: 43° 33' 36" N -70° 12' 31" W

Un faro nella tela

Il bello di dipingere qualcosa che c’è, che si staglia sull’orizzonte del nostro sguardo, è che anche una volta rimossa la tela, deposto il pennello, abbandonato i colori, quel qualcosa continua a esistere, dà un altro appuntamento alla nostra ispirazione con la strafottenza propria di chi sopravviverà alla nostra vena creativa e, persino, alla cianfrusaglia di organi che le stanno attorno. La prima tappa del timoniere è un ritratto. Il ritratto di un faro e del suo doppio.

Due torri gemelle alte 130 metri sulle maree che abbracciano il promontorio di Cape Elizabeth a pochi chilometri da Portland nello Stato del Maine, New England. L’una ancora in vita, l’altra spenta per sempre nel 1924 e divenuta residenza privata di qualche eccentrico facoltoso, ha resistito al tedio di un tempo senza scopo solo grazie alla pazienza di un tale che a lungo l’ha guardata. Edward Hopper non aveva in casa vasi di girasoli e nemmeno una cattedrale da riprodurre alle molteplici luci del giorno, ma da buon artigiano di oggetti abbandonati si lasciava impressionare dalla solitudine delle cose perdute. Così, nel 1929 comincia a dipingere la lunga serie dei Two Lights Lighthouse, ritraendo però quasi sempre la torre dismessa, la luce girevole che non c’era più, monumento della resistenza individuale alla logica dell’utile comune.

Era così che Hopper fotografava la sua America, un’istantanea di ghiaccio, senza tempo, pervasa e animata solo da una luce fatta a mano eppure così dannatamente naturale. Un vecchio faro, lacerato e diviso, per metà bagnato dal sole, e per l’altra metà incupito da un’ombra scura e metafisica quanto La nostalgia dell’infinito di De Chirico. Una stazione in piedi contro il cielo aperto e azzurro che non lascia spazio nemmeno a un orizzonte d’acqua breve. Un mare che c’è ma non supera gli argini di una cornice, si lascia intuire e offre al timoniere una costa d’approdo, assai insidiosa, che ha visto incagliarsi nei secoli migliaia di storie e imbarcazioni tra le più disparate, soprattutto le storie. Che se Bulkington decidesse di scendervi in un giorno sicuro, forse incontrerebbe un bambino pronto a raccontargliele, magari schiarendosi la voce proprio come faceva suo nonno ogni volta che cominciava. Gli parlerebbe di quello che successe il mattino del 28 gennaio 1885 quando l’Australia, una goletta diretta a Boston, si era arenata nella nebbia. A guado il signor Hanna era riuscito a trarre in salvo gli unici due sopravvissuti. Il guardiano si sarebbe guadagnato una medaglia d’oro per il suo eroismo, il nostro timoniere una storia da raccontare.

Passeggiando per qualche sentiero segnato dal vento in compagnia di un bimbo immaginario se ne va Bulkington. Intrappolato nel realismo urbano di una tela, pennellando sugli occhi il piacere di un’estate al mare, dà colori e senso al suo vagare che rende le cose che esistono e si vedono belle al punto da non riuscirle a spiegare. Che se si potessero raccontare a parole, uno come Hopper non le avrebbe nemmeno dipinte.

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