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Superbia? No, spocchia

Come definireste una persona vanitosa, piena di sé, convinta di essere migliore degli altri? Presuntuosa? Superba? Anche, ma non solo. Zanichelli, con l’iniziativa #areaZ #paroledasalvare, sottolinea che è riduttivo definire la “superbia” un atteggiamento di chi manifesta un eccessivo apprezzamento delle proprie capacità, svalutando quelle altrui. Il nocciolo della questione sta nella distinzione di come le capacità altrui vengono sminuite: potrebbe trattarsi anche di alterigia, altezzosità, iattanza, spocchia…

Questi termini, che sembrano condividere lo stesso significato, indicano modi diversi di ridimensionare le qualità degli altri a vantaggio delle proprie. Ad esempio, la “spocchia” è quella superbia che non implica solo la presunzione di essere migliori degli altri, ma anche uno scarso interesse verso le capacità altrui. Atteggiamento, questo, che risulta spesso fuori luogo.

La sua etimologia è sconosciuta, ma il contesto in cui si usa ci fa capire il suo significato. L’aggettivo “spocchioso” ci è sicuramente più familiare. Una persona “spocchiosa” è quella che, ad esempio, in un contesto informale, si fa chiamare con il titolo di studio anziché per nome, oppure sfoggia la propria ricchezza a tutti, anche a chi non è interessato, rendendosi inopportuno.

È un atteggiamento attribuibile a chiunque e a qualsiasi classe sociale, indipendentemente dall’età e dalla cultura.  A pensarci bene, questo atteggiamento è sempre esistito nel corso della storia.

In ambito letterario, un esempio interessante di questo atteggiamento ce lo porta Pascoli, quando ci parla di “spocchia” nella poesia “Nozze”. Qui, le raganelle, invidiose delle nozze del ranocchio, gracidano nella notte “Che spocchia! Che spocchia!”, riferendosi a quella che per loro era una manifestazione esagerata, per essere una festa di matrimonio. La critica letteraria contemporanea sostiene che Pascoli, in questa poesia, avrebbe voluto rappresentare i suoi critici che, non comprendendo la vera natura della sua poetica, erano soliti etichettarlo come “spocchioso”.

A mio avviso, oggi, invece, questo atteggiamento è ben vivo e vegeto nell’ambito dei social network. Chi pubblica tutte le foto per ogni momento di vita – vacanze, letture, persino i pasti – si illude di comunicare con amici e conoscenti, condividendo le proprie esperienze. In realtà, la vita frenetica di ognuno di noi ci permette di raccontare la nostra vita soltanto in modo superficiale. Esperienza, questa, ben lontana dalla vera comunicazione di sé.

Qual è il risultato? Facciamo a gara a chi pubblica più cose, reali o contraffatte che siano, a chi riceve più like e più visualizzazioni. Al contempo, non siamo attenti a ciò che gli altri ci comunicano, con la medesima ambizione. Siamo diventati tutti superbi? Presuntuosi? No, forse siamo soltanto un po’ spocchiosi! E sarebbe un peccato confondere queste peculiarità per una banale, ma rilevante, sfumatura come questa!

Virginia Revolti

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