La musica ai tempi del Covid19: intervista a Giuseppe Scarpato

Qual è la situazione di un musicista che affronta l’emergenza Covid-19? Ecco la testimonianza di Giuseppe Scarpato, chitarrista di Edoardo Bennato nonché produttore.

Si parla poco (almeno a livello governativo) del punto di vista degli artisti in questo strano periodo. Tu, da musicista, come lo stai affrontando?

Faccio una piccola premessa. Mi rendo conto che le priorità sono altre, però sono passati un paio di mesi ormai dall’inizio dell’emergenza e il governo si è un po’ dimenticato del settore dell’intrattenimento. All’occhio di molti il nostro lavoro può sembrare un “non-lavoro”, ma in realtà lo è, ci dà da vivere. La mia non è una polemica, ma una sorta di rassegnazione che viene da anni di mancata considerazione. È un settore che raramente è riuscito ad autoregolamentarsi: in Italia per esempio non esiste un sindacato dei musicisti. Quindi in realtà se non siamo considerati è perché non siamo organizzati. Questa forse è stata l’occasione per acquisire un po’ di “autoconsapevolezza”. Qualcosa comunque comincia a muoversi.

A questo proposito, che ne pensi delle nuove regole imposte agli spettacoli dal vivo (distanza interpersonale, massimo 1000 spettatori)? Ti sembrano realizzabili?

Si può fare, ma bisogna affidarsi all’autodisciplina degli organizzatori e del pubblico. Per la gestione degli eventi culturali, il problema sarà numerico, quindi anche di budget per gli spettacoli. Quest’ estate farò uno spettacolo per la rassegna “Estate fiesolana” con l’attore Maurizio Lombardi. La capienza del Teatro Romano di Fiesole sfiora i 2000 posti a sedere ed è quasi sempre esaurito, ma in questo caso la capienza sarà di circa 400 posti. Credo comunque che la gente abbia voglia di tornare a vedere gli spettacoli. Molti in questi mesi lo hanno fatto da casa, ma lo spettacolo va vissuto dal vivo, nonostante i distanziamenti. Bisognerà adeguarsi finché non si troverà una soluzione più efficace.

Questo è sicuramente un periodo difficile per la tua carriera. Ne ricordi altri?

Così complicati no. Però noi artisti abbiamo sempre avuto una sorta di marcia in più. Per esempio, è una decina di anni che si parla di precariato, ma noi che abbiamo iniziato a suonare a 18-20 anni già avevamo abbracciato quell’idea. In più oggi c’è molta meno attenzione per la musica dal vivo, quindi una sorta di crisi la stavamo già vivendo. Smart working? Noi musicisti siamo abituati a lavorare da casa, nei nostri home studio. Per me è la normalità: alterno mesi di tournée ad altri intensi chiuso nel mio studio. È stato più facile adattarsi alla quarantena. Basta essere sempre ottimisti nei confronti del futuro.

Lucia Mora

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martedì 7 Dicembre 2021