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Ai tempi in cui Berta filava

“Dicono sempre le nonne e lo ripeton le mamme; esclameranno le figlie doman: che bei tempi nella mia giovane età! Era il tempo in cui Berta filava, filava, filava ed il cuore sognava”, cantavano Carla Boni, Duo Fasano e Giorgio Consolini al Festival di Sanremo del 1954.

Ai tempi in cui Berta filava è un modo di dire comunemente usato nella lingua italiana per indicare un tempo molto lontano, già trascorso e concluso. La prima testimonianza della sua circolazione in Italia si ha nella cinquecentesca L’Historia Orceana di Domenico Codagli, ma il detto stesso ha origini antichissime: risale addirittura a un aneddoto della storia europea dell’Alto Medioevo, narrato dal trovatore Adenet le Roi, vissuto attorno al 1275.

Il poema vede protagonista Berta la Piedona, moglie di Pipino il Breve e madre di Carlo Magno, così denominata perché aveva un piede più lungo dell’altro. Durante il viaggio per raggiungere il futuro sposo e diventare così regina di Francia, Berta venne sostituita con la figlia della sua dama di compagnia. Riuscì però a scappare e a rifugiarsi per qualche anno nella casa di un taglialegna, dove si mantenne filando, finché l’usurpatrice non venne smascherata proprio per via della caratteristica fisica della protagonista. Berta ebbe così il suo lieto fine e divenne la patrona delle filatrici.

Esiste anche una fiaba legata a questo detto: c’era una volta una vedova poverissima e molto devota al suo re. Decise così di donargli una lana finissima tessuta con le sue mani. Stupito ed intenerito da tanta disinteressata generosità, il re la ricambiò con il denaro necessario a garantirle una vita comoda e sicura. Allo spargersi della voce, tutti i sudditi si affrettarono a donare al sovrano i loro filati più pregiati, nella speranza di arricchirsi, ma il re smorzò il loro entusiasmo rispondendo: “Non sono più i tempi in cui Berta filava”.

La locuzione è poi stata ampiamente utilizzata in molti ambiti: dalla letteratura – Giovanni Verga la cita nella sua Cavalleria Rusticana – alla saggistica, dalla pittura – dove dà il titolo a un’opera del pittore ottocentesco Paolo Mei e ad un dipinto di Albert Anker – alla musica, di cui il brano del 1976 di Rino Gaetano ne è l’esempio più famoso.

Nel suo libro Chi ha ucciso Rino Gaetano? Bruno Mautone ne analizza proprio il ritornello: “E Berta filava; e filava con Mario; e filava con Gino; e nasceva il bambino. Che non era di Mario; che non era di Gino”. L’avvocato e scrittore spiega come queste strofe non si rifacciano a una storia di tradimenti, ma a un episodio politico di quegli anni: il caso Lockheed. Le figure di Mario e Gino sarebbero infatti riconducibili agli esponenti politici di secondo piano, rispettivamente del PSDI e della DC, Mario Tanassi e Gino Gui, ritenuti responsabili di un giro di tangenti internazionale. Oltre all’Italia i Paesi coinvolti dallo scandalo furono Paesi Bassi, Germania Ovest e Giappone, colpevoli di aver accettato mazzette dall’azienda statunitense Lockheed per la compravendita di aerei militari. La Berta della canzone indicherebbe pertanto Robert E. Gross, fondatore della Lockheed, il cui soprannome era Bert.

Che Rino Gaetano ci stesse ricordando che la corruzione esiste dai tempi in cui Berta filava?

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