Una donna promettente, una dolce rivoluzione

“L’utopia è rimasta, la gente è cambiata, la risposta ora è più complicata!” recitano due versi della canzone Mia dolce rivoluzionaria dei Modena City Rumblers.

Come mai parto da questa citazione? Semplicemente perché, al termine del film Una donna promettente di Emerald Fennel, l’amica con cui l’ho visto non riusciva a smettere di canticchiarla, avendo identificato nella protagonista “la dolce rivoluzionaria”, Cassie (Carey Mulligan), trentenne fiera e fragile allo stesso tempo, che si finge ubriaca nei bar per smascherare finti gentiluomini, più simili ad orchi che a principi azzurri.

Il tema principale del film è infatti la vendetta di una donna verso un tipo di uomo che ha bisogno di autodefinirsi “un bravo ragazzo” per mettere a tacere la propria coscienza mentre cerca di approfittarsi di lei dopo averla portata a casa propria per “salvarla”.

Ma attenzione, se vi aspettate qualcosa sulla falsa riga di Kill Bill, questo film non fa per voi. Per un motivo molto semplice: in questa storia la vendetta è donna, raccontata da una donna, in base al modo in cui agirebbe una donna. Nel capolavoro di Tarantino, invece, la vendetta è sempre donna, ma raccontata da un uomo, in base al modo in cui agirebbe un uomo. Non fraintendetemi, non ci trovo nulla di male: alla fine sono due diversi modi di declinare lo stesso tema.

In uno la violenza si fa palese attraverso il sudore, il sangue e il dolore urlato della Sposa che colpisce lo spettatore come uno schiaffo. Nell’altro è sempre nascosta, serpeggia in sottofondo, è più sottile e, forse proprio per questo, colpisce lo spettatore come un pugno dritto allo stomaco. Si palesa nell’immobilità dolorosa in cui è piombata la vita di Cassie dopo il trauma subito da un’amica a lei molto vicina e dal quale la stessa Cassie fatica a riemergere. Proprio questa sua incapacità di accettare l’accaduto e l’incontro con Ryan, suo ex compagno di college, la porterà a diventare la padrona indiscussa del proprio destino e allo stesso tempo il deus ex machina dell’intero racconto.

“Il film più ideologico del cinema hollywoodiano contemporaneo è una riflessione in chiave dark sulla cultura dello stupro e la sua accettazione come sistema di potere.” Su questa frase, che accompagna la presentazione della pellicola, si basa l’essenza stessa della violenza. E ancor più che una denuncia verso i comportamenti scorretti, dannosi e irrispettosi di certi uomini, rappresenta una denuncia sulla mancata solidarietà ed empatia di alcune donne, che finché non provano le violenze subite da altre sulla propria pelle, sono pronte a scusare, perdonare e avallare simili comportamenti.

Negli ultimi anni, però, grazie a movimenti come #MeToo e a film come questo, qualcosa sembra muoversi nella giusta direzione. Si respira la speranza che l’onda di questa dolce rivoluzione culturale non si smorzi su scogli di bieca indifferenza: dopotutto “l’utopia è rimasta, la gente è cambiata, la risposta ora è più complicata!”

Cultura
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martedì 7 Dicembre 2021