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Si salvi chi PROG – “Brain Salad Surgery”

Bentrovate e bentrovati al terzo appuntamento di “Si salvi chi PROG”, la rubrica più inquietante di UnderTrenta. Del resto, la colpa non è nemmeno tutta di chi scrive: se i gruppi prog scelgono copertine terrificanti per i loro dischi (ve lo ricordate lo sguardo di Aqualung?), non ci si può fare niente. L’angoscia mensile questa volta è gentilmente offerta da Brain Salad Surgery, ultimo album del trio Emerson, Lake & Palmer.

Piccola precisazione: non è il loro ultimo album cronologicamente, ma lo è, forse, qualitativamente. Dopo un capolavoro come Tarkus e un sottovalutato Trilogy, Brain Salad Surgery è il compimento ideale delle sonorità del trio. È un disco strabiliante, quasi impossibile da immaginare, soprattutto se si pensa che Keith Emerson, Greg Lake e Carl Palmer avevano allora poco più di vent’anni. Ma vediamo un po’ più nel dettaglio di che si tratta.

L’album si apre con Jerusalem, inno scritto nel primo Ottocento dal celebre poeta William Blake e musicato da Hubert Parry nel 1916. È un racconto apocrifo, secondo cui Gesù si sarebbe recato a Glastonbury insieme a Giuseppe di Arimatea. Il singolo incontrò un certo ostruzionismo da parte delle radio britanniche, che emisero il verdetto di “blasfemia”; chiunque abbia il piacere di imbattersi in questa versione di Jerusalem invece può comprendere quanto a essere blasfema fosse proprio quella censura.

Il bagaglio storico-artistico di Emerson continua a sorprendere con la seconda traccia, Toccata, una rivisitazione del IV Movimento del Concerto N°1 per pianoforte e orchestra (1961) del compositore argentino Alberto Ginastera. Anche in questo caso ci fu un atto blasfemo: la società detentrice dei diritti sull’opera rifiutò la demo. Emerson però non si arrese e arrivò a proporre l’arrangiamento rock a Ginastera in persona, che incontrò in Svizzera. Terminato l’ascolto, il maestro esclamò: «Terrible!». Emerson si pietrificò. Dovette intervenire la moglie di Ginastera perché il tastierista britannico realizzasse che quella, in spagnolo, era un’esclamazione di piacere! Il brano piacque a tal punto che fu poi Ginastera stesso a telefonare agli editori per convincerli a concedere i diritti.

Una cifra stilistica che caratterizza questo bizzarro trio è l’alternarsi di momenti solenni ad altri più giocosi. Dopo Jerusalem e Toccata, quindi, non deve stupire il goliardico intermezzo formato da Still… You Turn Me On e da Benny the Bouncer. Anche se forse qui non si moderano i toni per mitigare ciò che c’è stato prima, ma per preparare chi ascolta ad affrontare ciò che verrà dopo. Che cosa mai potrà concludere un disco tanto esuberante, se non un capolavoro?

Di capolavoro, infatti, si tratta. Karn Evil 9 è una suite di circa mezz’ora a dir poco lisergica. Frenetica, imprevedibile, folle. Un vero e proprio coacervo di generi musicali, dall’elettronica al jazz, da richiami “classici” a suoni synth e ritmi tribali, a cui peraltro si applica un testo distopico: la violenza che diventa spettacolo, la tecnologia che prende il sopravvento sull’umanità.

Chi non è avvezzo a opere come questa, potrebbe considerarla eccessiva? Assolutamente sì. Vale però la pena tentare di lasciarsi trasportare da una pazzia musicale che difficilmente si incontrerà altrove? Assolutamente sì.

Cultura
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