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Scorsese ha fatto il suo capolavoro?

L’ultimo film di Martin Scorsese è uscito in Italia il 19 ottobre, si chiama Killers of the Flower Moon ed è il miglior capolavoro dell’immenso regista newyorkese. Non che la filmografia di Scorsese sia priva di capolavori, ma questo è IL capolavoro. È la summa più riuscita e completa del suo sguardo, della sua filosofia, della sua tecnica.

«Riesci a trovare i lupi in questa immagine?» legge Ernest Burkhart (Leonardo DiCaprio) su un libro riguardante la storia del popolo Osage prestatogli dallo zio William “King” Hale (Robert De Niro). Il compito del film è dimostrare che i lupi – che in questo caso simbolizzano il Male, la fame di denaro e la brutalità – sono i bianchi statunitensi che a inizio Novecento si avventano sulle fortune dei nativi americani, proprietari delle terre del petrolio. Non bisogna però farsi ingannare dall’ambientazione e dai costumi: non abbiamo a che fare con un western. John Ford insegna che nel West tra leggenda e realtà vince la leggenda, mentre nel racconto del massacro degli Osage vince spietatamente la realtà.

Killers of the Flower Moon è senza dubbio l’opera più impegnata e politica di Scorsese che, forse, giunto a questo punto della sua vita, sente il bisogno di esporsi come non ha mai fatto prima. Il regista critica duramente la propria nazione, in cui riconosce una natura meschina e colonizzatrice, rintracciabile non solo nella conquista effettiva delle terre, ma anche nella manipolazione psicologica delle persone. È ciò che accade a Mollie, la giovane Osage interpretata da una straordinaria Lily Gladstone, testimone della strage che colpisce il suo popolo. Che dire invece delle interpretazioni di De Niro e DiCaprio: il primo che dimostra di essere ancora il numero uno a Hollywood, il secondo che viene trasformato da divo a corrotto ripugnante, entrambi impeccabili nei ruoli assegnati.

Scorsese prende le dinamiche narrative che fin dall’inizio hanno caratterizzato le sue pellicole – gli omicidi da gangster movie, gli intrighi amorosi e l’avidità dell’essere umano – e le porta all’apice, in un compendio di tre ore e mezza che ci ricorda come non esistano film lunghi o brevi, ma solo film mirabili o mediocri. I 206 minuti scorrono naturalmente, senza brusche accelerazioni o inutili lungaggini: ogni fotogramma è necessario. E se il ritmo sembra non calare mai, il merito è anche della colonna sonora. Pazzesca. La chitarra del compianto Robbie Robertson dà vita a un gioiellino blues rock che incalza la narrazione in maniera incessante, magnetica.

Negli anni delle serie tv, di TikTok e delle immagini in sequenza da divorare come in un fast food, Killers of the Flower Moon è uno degli ultimi piatti forti di quel prestigioso ristorante gourmet chiamato Cinema, da gustare con calma, perché a ogni boccone si sprigiona un sapore diverso. «Se non vi piace il nuovo film di Scorsese credo che dovreste parlare di tutto nella vostra vita tranne che di Cinema», ha scritto sui social l’effervescente youtuber cinefilo Federico Frusciante. Ha ragione.

Cultura
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lunedì 4 Marzo 2024