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Roger Waters, fai bene a insultare il pubblico

Roger Waters non è solo una delle più grandi leggende della storia della musica. È anche la prova che l’essere umano può raggiungere vette inaudite, che può essere di più, che può essere migliore e che il genio non ha confini. Ciò che ha creato con i Pink Floyd va oltre ogni logica del creato: le sonorità lunari di Atom Heart Mother e di Meddle, la perfezione tecnica e stilistica di The Dark Side of the Moon, Wish You Were Here, Animals, The Wall… Di quali capolavori stiamo parlando?

Basterebbe questa premessa per capire che chi lo ha fischiato e deriso al Palladium di Londra dovrebbe fare le valigie e trasferirsi in un iglù Inuit senza contatti con il mondo esterno (con tutto il rispetto per gli iglù, per gli Inuit e per chi vive senza contatti con il mondo esterno). In sintesi: Waters è stato criticato perché, invece di limitarsi a eseguire The Dark Side of the Moon Redux – la rivisitazione del disco appena pubblicata, a cinquant’anni dall’uscita originale –, ha colto l’occasione per parlare di Julian Assange e per leggere alcuni estratti dal proprio libro di memorie ancora inedito.

«Era imbarazzante e molto poco rock ’n’ roll. Maestro di stadi e arene, in teatro si è rivelato un pesce fuor d’acqua» ha scritto Neil McCormick, il critico del «Telegraph». Secondo il «Daily Mail», Waters spazientito avrebbe urlato “f*ck off” agli spettatori dopo aver ricevuto fischi e insulti. Ora. Analizziamo un secondo la situazione. Il genio dei Pink Floyd torna nella capitale inglese quattro mesi dopo i due concerti alla O2 Arena, dov’erano presenti ventimila spettatori per sera. Ci torna con un concerto intimo, riservato a poco più di duemila fortunati, per presentare un’opera altrettanto intima.

Il nuovo Redux può piacere o meno. A chi scrive, per esempio, non fa impazzire. Dark Side – lo si è detto anche prima – è un disco perfetto, per cui va da sé che qualsiasi rilettura risulti in automatico inferiore. Tanto più se la rilettura elimina quasi tutti gli elementi che avevano reso grande l’album, come la chitarra di David Gilmour. Però… C’è un però.

Un’opera che può essere considerata come una sorta di testamento personale, presentata in un contesto così esclusivo, è già di per sé qualcosa di eccezionale. Lo è ancor più se si pensa che il suo autore, da sempre tenebroso, quasi scontroso, non è mai stato così incline ad aprirsi al resto del mondo. Bisognerebbe vivere con gioia questa nuova fase della vita e della carriera di una delle più grandi menti della storia. Invece la platea che fa? Respinge questo raro (forse goffo, mal riuscito, ma quantomeno genuino) tentativo di apertura. Perché evidentemente per il pubblico l’artista è un jukebox che deve cantare e suonare i brani in scaletta, e guai a uscire dagli schemi dello show più convenzionale.

A questo punto, ci meritiamo i concerti che vanno di moda oggi. Quelli che non arrivano a due ore, che puntano tutto su qualche fiamma sparata ai lati del palco e che senza autotune sembrerebbero degli psicodrammi tragicomici. Sempre che non lo siano già.

Cultura
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venerdì 14 Giugno 2024