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Ripensare l’ambiente, intervista a Marco Aime e Roberto Mezzalama

La crisi climatica è sicuramente una delle inquietudini del presente che più contribuisce a creare insicurezze per il futuro. È chiaro che non si possa proseguire sugli stessi binari percorsi finora: è necessario un importante cambiamento. Ne abbiamo parlato con Roberto Mezzalama – scienziato ambientale che da anni si confronta con gli effetti prodotti in tutto il mondo dal cambiamento climatico – e con il noto antropologo Marco Aime sono stati protagonisti del primo appuntamento della rassegna estiva Agosto Degasperiano 2023 – Inquietudini, organizzata dalla Fondazione Trentina Alcide De Gasperi.  Vi proponiamo l’intervista all’ospite realizzata da UnderTrenta e pubblicata anche sulla testata “Il Dolomiti”.

Il titolo dell’incontro è “Ripensare l’ambiente”, come ciò deve avvenire?

Roberto Mezzalama: Le trasformazioni a cui deve andare incontro la società in questi termini sono molto profonde, bisogna rivedere un paradigma che è consolidato nel tempo e che riguarda gli obiettivi, poiché non si tratta di affrontare fenomeni locali ma una questione globale come quella del cambiamento climatico. Per farlo è necessario prima di tutto uno sforzo corale: tutti devono agire, ognuno proporzionalmente alle proprie responsabilità, attuali e storiche, e alle proprie possibilità. In secondo luogo, è fondamentale una messa in discussione di alcune assunzioni fondamentali della nostra società, tra cui la persecuzione della ricchezza personale, a livello individuale, e la crescita economica, a livello sociale.

Si spieghi meglio…

Serve una trasformazione culturale profonda che possa trovare il giusto equilibrio tra radicalismo e gradualismo. L’umanità non si è mai comportata come se esistessero i limiti che il Pianeta agli effetti possiede. Il vero cambiamento sussiste dunque nell’assumere questi limiti e nel farlo non solo come vincolo, ma anche come opportunità e come assunzione di responsabilità verso la capacità della Terra di sostenerci.

Non è forse più opportuno ripensare noi stessi, oltre all’ambiente?

Marco Aime: Sicuramente sì, ma è necessario partire dal presupposto che noi siamo nell’ambiente. Spesso quando si fanno questi discorsi si parla di noi e l’ambiente, come se fossimo qualcosa di esterno, si assume un atteggiamento antropocentrico dannoso che possiede un punto di vista dall’alto o di chi deve dominare. Dobbiamo invece considerare che noi dell’ambiente siamo una parte, anche piuttosto dannosa, e il suo ripensamento non può dunque prescindere dal cambiamento di un nostro modello. È necessario cominciare a pensare che non siamo l’unica specie vivente sulla Terra, ce ne sono altre, non umane, che fanno parte quanto noi dell’ambiente, sono importanti quanto noi e hanno gli stessi nostri diritti. È con questo senso che ripensare il nostro ruolo nel Pianeta è fondamentale: mettendoci in mezzo.

La crisi climatica non ha confini, così come non deve averne l’azione per combatterla…

Marco Aime: Per questo è necessario cominciare a ragionare tutti insieme. Il problema va affrontato a livello globale, se continuiamo a ragionare – come spesso accade – in ottiche nazionalistiche o privatistiche e in compartimenti stagni non risolveremo nulla. È una questione che va gestita tutti insieme, poiché il Pianeta è un ecosistema unico, una catena, e dovremmo ormai aver imparato che ciò che accade da una parte del mondo si riflette poi anche su di noi. È quindi opportuno smettere di creare barriere disciplinari: le belle idee da sole non servono a nulla e allo stesso tempo la tecnica deve dialogare con le istanze culturali, etiche e morali.

Spesso, però, la comunicazione sulle tematiche ambientali coinvolge solo chi già ne è interessato, andando a creare una bolla. Come fare ad infrangerla?

Roberto Mezzalama: Questo è un problema fondamentale, su cui da anni ci si interroga. L’evoluzione delle comunicazioni dell’ultimo decennio rende tutto più difficile, poiché è sì più facile comunicare, ma lo si fa appunto all’interno delle bolle. Siamo tutti iperconnessi, ma a piccoli gruppi, tra i quali non c’è nessuno scambio. Si favorisce così la radicalizzazione delle posizioni, per il cosiddetto confirmation bias si cercano notizie che danno ragione al proprio punto di vista. Inoltre, nel nostro Paese ci sono vari fattori che rendono il paradigma presente radicato: in primis, siamo tra le nazioni meno istruite d’Europa; in secondo luogo, tradizionalmente la cultura scientifica è sempre stata vista come secondaria rispetto a quella umanistica; in più, la popolazione è sempre più anziana. A questi si aggiunge la creazione di uno scontro in politica fortemente polarizzato anche sulle tematiche che non dovrebbero essere tali (come quella ambientale, ndr) ma lo diventano perché si trasformano in questioni sociali. Nessuno ha trovato la chiave di volta per infrangere la bolla, bisogna continuare a scrivere, informare e vedere che accade.

È anche per questo che il clima rientra tra le inquietudini del presente: crescono il coinvolgimento emotivo e le preoccupazioni a riguardo.

Marco Aime: Esiste un doppio binario: da un lato la politica, disattenta e disinteressata perché l’ambiente non porta voti, dall’altro le generazioni più giovani, con maggiore consapevolezza e sensibilità. Non a caso sono i giovani a scendere in piazza per denunciare che non esiste un pianeta b. In un vuoto totale di proposte e progettazioni politiche, il tema dell’ambiente è l’unico che rimanda a un futuro e il futuro è soprattutto dei giovani.

Cultura
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lunedì 4 Marzo 2024