“Narrare è resistere”, Martina Dei Cas e la storia di Angelito

Lo scrittore brasiliano João Guimarães Rosa sosteneva che “narrare è resistere”. Raccontare una storia significa sottrarla all’oblio e spesso permette di creare una comunità sensibile nei confronti di temi importanti, come ad esempio i diritti umani. Così è successo con la storia di Angelito, raccontata dalla giornalista e scrittrice alense Martina Dei Cas, classe 1991, nel libro “Angelitos” (2019).

È il 2015 e Martina sta preparando una tesi di laurea di diritto comparato sul femminicidio in America Latina. Navigando in internet, s’imbatte nella foto di un bambino morto. Quel bambino è Ángel Escalante Pérez, gettato dal ponte più alto di tutto il Guatemala perché si era rifiutato di sparare all’autista di un autobus. Un rito, questo, che avrebbe sancito il suo ingresso in una gang.

«Continuavo a guardare i telegiornali italiani – racconta Martina – sperando che qualcuno ne avrebbe parlato, ma non succedeva mai. Allora mi sono ripromessa che avrei raccontato la storia di Angelito a tutte le persone a cui volevo bene».

Dopo due anni di ricerche, nel 2017 Martina parte per il Guatemala assieme al regista Luca Sartori e al fotografo Francesco Melchionda. «A Città del Guatemala – spiega – abbiamo intervistato il papà di Angelito e alcuni ragazzi entrati a contatto con le gang. Così è nato “Angelitos”, che ha ricevuto il patrocinio di Amnesty International Italia e del Centro per la Cooperazione Internazionale di Trento».

Com’è nata la tua passione per la scrittura?

«Ho sempre amato leggere. Arrivata alle superiori, alla passione per la lettura si è affiancata quella per la scrittura. Ho partecipato al Sipario d’Oro, un concorso che offre la possibilità di andare a teatro se poi ci s’impegna a scrivere una recensione. Da quel momento ho cominciato a partecipare a diversi concorsi letterari. In prima superiore, dopo essere stata un mese a Parigi, è nato il mio primo libro, “Una stravagante mattinata a Operà”. All’università, grazie al progetto Giovani Solidali, sono finita in Nicaragua, a Waslala, una cittadina dove si coltivano il cacao e il caffè. Lì mi sono occupata dell’istruzione di donne e bambini, e ho conosciuto tante ragazze che alla mia età avevano già dei figli. Tante di loro lavoravano nei campi e la domenica frequentavano la scuola per prendere un diploma. Il loro coraggio, discreto ma straordinario, ha fatto nascere un altro libro, “Cacao amaro”, e il progetto “Un libro per una biblioteca”, che fornisce il materiale didattico ai bambini del Nicaragua rurale e che prosegue ancora oggi grazie ai fondi raccolti attraverso un altro libro che ho scritto dopo il mio secondo viaggio in Nicaragua, “Il quaderno del destino”.»

“Angelitos” è stato accolto molto positivamente. Qual è il commento che ti ha fatto più piacere?

«La cosa più bella è vedere che, nonostante le difficoltà di questo periodo, ci sono delle persone che hanno voglia di conoscere la storia di Angelito. Il padre, don Luis, mi ha detto: “La prima volta l’hanno ucciso le bande, la seconda lo Stato. Con questo libro, invece, tu e tutte le persone che lo leggono impedite che venga ucciso una terza volta, con l’oblio.»

La scrittura, quindi, può aiutare la causa dei diritti umani?

«Penso che sia fondamentale. Le parole tante volte proteggono più delle armi. È importantissimo scrivere e parlare di queste storie, perché è l’unico modo che abbiamo per ricordare ai politici il loro dovere di tutelare i diritti umani. Non si può delegare tutto a costituzioni, trattati e organismi speciali. Difendere i diritti umani è compito di tutti noi. Nel mio piccolo, lo faccio anche a livello locale, perché sono volontaria di Prodigio Odv, che cerca di raccontare la disabilità attraverso un progetto di giornale (pro.di.gio).»

Cultura
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sabato 10 Aprile 2021