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Si salvi chi PROG – Alla Corte del Re Cremisi

“Si salvi chi PROG” non è la nuova rubrica musicale di UnderTrenta. O meglio, vorrebbe esserlo, ma intende anzitutto avanzare una proposta. Vuole avere l’ambizione di far scoprire, o più semplicemente rispolverare, un genere spesso ingiustamente considerato di nicchia: il Progressive Rock. Prog, per gli amici.

Dare vita a un salotto di chiacchiere sul Prog senza partire da In the Court of the Crimson King dei mitici King Crimson è fortemente sconsigliato. Anzi, in alcuni Paesi è proprio illegale (giustamente, peraltro). Il motivo è semplice, e Pete Townshend – The Who, per intenderci – lo riassume così: è «un capolavoro sconcertante». “Sconcertante” in effetti è il primo approccio che si ha con questo disco incredibile, grazie alla copertina tanto iconica quanto destabilizzante: un volto terrorizzato, con occhi narici e bocca spalancati, che sembra emettere un urlo di disperazione. È il volto dell’uomo schizoide del ventunesimo secolo – lo stesso che dà il nome alla prima traccia – dilaniato dai suoi stessi demoni. Infatti, il disco esce nel 1969, con gli orrori della Guerra del Vietnam ancora in corso, dove «innocenti sono violentati con il fuoco del napalm». Una poesia ermetica che in dodici righe distrugge il falso mito del progresso, mentre il sottofondo musicale distorto ci ricorda che di umano, ormai, non è rimasto più nulla. Se Ungaretti avesse voluto tradurre i suoi versi in musica, probabilmente lo avrebbe fatto così.

Dopo un’apertura simile, è difficile anche solo pensare di proseguire. Infatti, l’unica via è la fuga dalla schizofrenia dell’era contemporanea, verso una ballata più distesa e armoniosa (“I Talk to the Wind”), dove le parole finiscono nel vento che, incurante dei drammi umani, non ascolta. Lo sconforto è tale che la traccia successiva, “Epitaph”, sentenzia: «Vedo che il destino dell’umanità intera è nelle mani di stupidi». Un vero e proprio epitaffio, che sancisce la fine di una razionalità insostenibile. L’approdo non può che essere quindi un mondo fiabesco, introdotto da “Moonchild” per arrivare finalmente alla Corte del Re Cremisi. Lo spirito di questa corte è perfettamente rappresentato dall’immagine che si trova all’interno del vinile: il Re sembra avere un volto languidamente sereno, ma basta coprire la bocca sorridente per scoprire che, in realtà, gli occhi del sovrano chiedono aiuto.

In the Court of the Crimson King è un disco che mette bene in evidenza le enormi potenzialità di un genere sperimentale come il Rock Progressivo, forse l’unico in grado di passare dalla musica rock a quella jazz, dall’elettronica alla barocca in pochi giri di note, raccontando nel frattempo storie utopiche ma anche tremendamente realiste. Se questo macrocosmo di follia ha attratto la vostra attenzione, allora ci vediamo alla prossima puntata di “Si salvi chi PROG” con un altro disco tutto da scoprire.

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martedì 31 Gennaio 2023