Luis Sepùlveda, quel mondo che mi insegnò a volare – Valentina Federica Zeni

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Era l’ormai lontano 1998 e in una sala del Cinema Modena di Trento mi innamorai. Avevo 7 anni e i miei nonni mi portarono a vedere “La gabbianella e il gatto”, il film di animazione tratto dall’omonima favola dello scrittore cileno Luis Sepúlveda.

Adorai questa pellicola e, quando mi regalarono il libro, ne fui rapita. Lo lessi tutto d’un fiato e fu l’inizio di un amore che sarebbe durato una vita intera. Un amore che mi avrebbe portato, durante una vacanza in Grecia, ad “adottare” un gatto nero e a chiamarlo Zorba.

Negli anni successivi, grazie a questo autore, mi tuffai nella storia e nello spirito sudamericano, viaggiai nel “mondo alla fine del mondo”, dall’Amazzonia alla Patagonia, dall’Europa alla Spagna. Scoprii quanto le parole potessero essere potenti e come il giornalismo potesse farsi letteratura. Parole semplici ed immagini chiare, tra politica ed ecologia, tra memoria e nostalgia, sempre contro al neoliberismo ed alla repressione, in un’eterna tensione verso la verità.

Raccontare Sepúlveda mettendo da parte i sentimenti è impossibile: la sua intera opera letteraria e la sua stessa vita sono intrise di passione, ideologie e coerenza, ma soprattutto dall’amore per la sua Terra, l’America Latina, e per la Natura.

Pochi giorni fa questo autore ci ha lasciato, stroncato da un virus invisibile contro cui ha combattuto la sua ultima battaglia.

La poetessa Carmen Yáñez, sua moglie, si è impegnata a riportare le sue ceneri in Patagonia, nel suo amato Cile, e a disperderle nell’Oceano Pacifico. A me piace immaginarlo, finalmente sereno, nel cielo dei poeti, mentre ride e scherza con Gabo e Pablo.

Cultura
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mercoledì 3 Giugno 2020