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L’arcipelago delle generazioni, intervista a Gustavo Pietropolli Charmet

Nella materia liquida di questo tempo che indebolisce ogni gerarchia, anche i rapporti tra le generazioni vivono trasformazioni confuse. Se da un lato la rivoluzione digitale separa sempre più gli orizzonti di giovani e meno giovani, dall’altro i conflitti tra le generazioni sembrano essere passati di moda. Un fatto all’apparenza positivo, ma che nasconde una questione cruciale: non è sulla frattura condivisa tra giovani e adulti che si struttura l’identità? Il noto psichiatra e psicoterapeuta Gustavo Pietropolli Charmet è stato ospite della rassegna estiva “Agosto degasperiano” per l’incontro “L’arcipelago delle generazioni”, vi proponiamo l’intervista all’ospite realizzata da UnderTrenta e pubblicata anche sulla testata “Il Dolomiti”.

Professor Charmet, qual è la causa di questa gioventù così mutata, in così poco tempo?

Stiamo vivendo il momento della vergogna sociale, ed è sparito il tema della colpa, sia data ai giovani dai genitori, sia dalla società. È presente invece ovunque la paura di non essere all’altezza degli idoli, e l’unica espressione di questo sentimento oggi è la sofferenza mentale. Di cui il dolore fisico diventa uno sfogo, un modo per mitigare le proprie sensazioni ed è significativo il numero di casi di adolescenti che “attaccano” il loro corpo, anche mangiando pochissimo o tantissimo, o con una serie di dipendenze che si protraggono nel tempo, anche per anni.

È cambiata anche la genitorialità?

Direi di sì. Ci si sente superati dagli eventi, impreparati e impotenti dinanzi a certe manifestazioni di sviluppo. Invece di cercare di evitare l’esplosione – con la cura, l’aiuto e la comprensione tipici delle mamme e dei papà fino a pochi anni fa – pare che ora il segreto sia la distanza di sicurezza: si deve passare dal ruolo di cura materna primaria, al ruolo del rispetto della distanza. E si deve cercare di lavorare da lì, come genitore, senza i classici slanci di eccessiva generosità e apprensione.

C’è quindi un modo giusto per rapportarsi con l’adolescenza, spesso definita una “gara di resistenza”?

Sarebbe comunque riduttivo definirla così. Le strategie e le soluzioni non sono immediate ma esistono, e l’adolescenza non si deve trattare come una malattia: è una fase preziosa e dobbiamo farlo sapere ai giovani e, naturalmente, a chi li segue, docenti inclusi. Anche le esperienze più dure vanno vissute, non evitate, e riconosciute con ciò che mostrano, rispettando non solo la distanza tra genitori e figli, ma anche riconoscendo, così, l’individualità stessa dell’adolescente.

E come si diventa grandi?

Abbandonando i sogni irreali e ideali e affrontando la realtà, non necessariamente dura, ma esercitandosi anche nel fallimento. Nel cadere e rialzarsi. Fare delle prove che non per forza vengono superate e andare oltre, che sia vincere o perdere. Sapere che esistono le delusioni d’amore, le bocciature, il Covid, i fallimenti.

E per le ragazze è diverso? A poche settimane dall’uscita del film “Barbie” un pensiero all’adolescenza femminile è d’obbligo…

Le ragazze non pensano più che la loro felicità sia il principe azzurro, sposarsi e fare dei figli. Bisogna, anzi, essere libere e leggere per poter realizzare il proprio sé. Questi giovani cercano, anche nell’amore, di inseguire i loro ideali che inizialmente riguardano solo se stessi: guadagnare molti soldi e fare una bella carriera, seguendo un atteggiamento narcisista che non tiene in considerazione il “noi”. Poi i giovani si scontrano con la realtà ed è qui che entra in gioco la necessità di una nuova genitorialità con l’obiettivo, nonostante i netti cambiamenti sociali, di crescere delle persone capaci di affrontare anche la disfatta.

Cultura
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lunedì 4 Marzo 2024