Intervista a Chiara Orempuller, autrice del documentario “Gefangennummer: 14883”

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Raccontare ciò che è stato, per non dimenticare e soprattutto non ripetere gli stessi errori. Questo monito dovrebbe accompagnare ogni giorno le nostre esistenze, per garantirci quel “vaccino” – sempre meno reperibile, nonostante i grandi mezzi a disposizione oggigiorno – contro il virus dell’ignoranza e dell’indifferenza. La storia è grande, ma è fatta di piccole cose: sono gli uomini a fare la storia, con le loro scelte.

Chiara Orempuller è giovane, vive a Trento, e ha scelto di raccontare in un documentario (ne parliamo in questo articolo) la storia di suo nonno, Pontalti Natale, uno dei circa 650.000 militari italiani internati come traditori nei campi di lavoro e di concentramento nazisti dopo l’8 settembre 1943.

Com’è nata l’idea di girare “Gefangennummer: 14883”, il documentario che racconta la storia di tuo nonno?

È un lavoro che ha avuto una gestazione molto lunga. Da bambina, durante i pranzi e nei momenti di ritrovo famigliari, sentivo spesso mio nonno raccontare qualche aneddoto sulla guerra. Poi, quasi dieci anni fa, decisi di raccogliere – in una prima intervista – la storia della sua vita dalla nascita al matrimonio: è li che ho approfondito la conoscenza della sua storia di internato militare italiano.

Da quel momento alla creazione del documentario sono passati diversi anni quindi…

Esattamente. Per anni non ho più pensato a quella storia, poi un giorno ho realizzato che gran parte dei testimoni diretti di quel periodo non c’era più e che l’oblio era il destino delle tante storie non raccontate. In quel momento è nata l’idea del documentario: avrei raccontato la storia di mio nonno – che allora era poco più che ventenne – nel modo in cui l’avevano vista i suoi occhi.

L’argomento era molto delicato, ci racconti le sensazioni provate durante le interviste?

A tratti è stato complicato e addirittura doloroso trovarmi di fronte a mio nonno che si metteva a nudo su un argomento così lontano ma allo stesso tempo enormemente presente nella sua memoria. Ci sono stati momenti in cui avrei voluto spegnere la telecamera e non tornare più da lui. Poi però sentivo che continuare era la cosa giusta e, ad ogni mio input, seguivano i suoi racconti che assumevano i connotati di un flusso di coscienza. Ho avuto l’impressione che per lui parlare di quelle cose equivalesse a liberarsi di un peso.

Ci spieghi meglio quest’ impressione?

Se devo essere sincera non mi ha mai detto come ha vissuto quell’esperienza, ma credo che per lui sia stato quasi terapeutico: durante le riprese sembrava che non fosse più davanti alla telecamera e che stesse rivivendo tutto quello che la sua voce narrava. Anche durante la prima proiezione pubblica del documentario – avvenuta a Villazzano, dove è nato e vive tuttora – nonostante la grande emozione (per un bel po’ non ha avuto il coraggio di guardare lo schermo) mi è sembrato di vederlo liberato di un peso: molte persone, pur conoscendolo da una vita, non avevano infatti idea di cosa avesse vissuto in gioventù.

C’è una curiosa coincidenza che ti lega a tuo nonno…

Dopo essere stato liberato, mio nonno fece ritorno a Trento il 27 luglio. Molti anni dopo, nello stesso giorno, sono nata io.

Cultura
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giovedì 25 Febbraio 2021