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I fiori del male – Torquato Tasso

A volte la follia è un escamotage: diventa un luogo ideale in cui rifugiarsi perché ci si sente incompresi, un luogo dover poter essere sé stessi, senza dover indossare delle maschere pirandelliane, per poter osservare il mondo dal proprio punto di vista, senza curarsi del giudizio altrui. Per questo motivo follia e genio vanno spesso di pari passo: perché chi riesce ad andare oltre ai tradizionali schemi della società riesce ad avere una visione fuori dal comune e, quando a questo si combina un talento di qualche tipo, la nascita di un capolavoro è quasi prevedibile.

La Gerusalemme liberata è il capolavoro di Torquato Tasso, uno tra i più grandi autori del Cinquecento e della letteratura italiana in generale. Il poema eroico di Tasso consta di 5.336 versi endecasillabi raggruppati in venti canti (di lunghezza variabile), in ottave. Un’opera immensa. La sua grandezza è però legata in maniera ineluttabile ai tormenti che turbavano la psiche del poeta e che graveranno sui suoi pensieri fino alla fine dei suoi giorni.

Le radici della sua inquietudine affondano nell’infanzia e sono legate in particolare alla figura del padre, un cortigiano che costringe il giovane figlio a seguirlo di corte in corte, privandolo di fatto dei piaceri dell’infanzia. Sorrento, la terra madre, avrebbe potuto donare a Torquato gioia e serenità, ma è invece la causa della prima rottura con sé stesso e con il mondo.

A Ferrara comincia a lavorare alle dipendenze del Duca D’Este, ma i primi segni del proprio disagio non tardano ad arrivare. Le continue angosce e manie di persecuzione che lo affliggono opprimono a loro volta chi gli sta intorno, come in una sorta di circolo vizioso, provocando talvolta episodi violenti. Per questo, dopo poco tempo, viene recluso nell’ospedale di Sant’Anna, dove rimarrà per circa sette anni.

Il dolore e la disperazione da cui nasce la sua malattia sono altresì il combustibile che alimenta una coscienza estremamente sensibile. L’intelligenza emotiva diventa così la sua stessa condanna, tanto che nel 1575, pur avendo già completato la Gerusalemme liberata, Tasso non la dà alle stampe a causa di scrupoli morali dettati da disturbi nervosi sempre più gravi: il poeta ha così timore di essere giudicato “infedele” che non solo sottopone il testo all’attenzione di amici e letterati, ma lo invia addirittura all’Inquisizione, ricevendo per ben due volte l’assoluzione.

L’ansia di non essere accettato e apprezzato lo spinge persino a recarsi a Sorrento dalla sorella Cornelia e, travestito da un anonimo pastore, le annuncia la morte del fratello Torquato. Il motivo? Vuole assistere alla sua reazione, per accertarsi del suo affetto, perché teme che nessuno lo ami veramente.

Chi volesse approfondire il genio disperato di Tasso può sfogliare il suo epistolario: scritto negli anni del ricovero nell’ospedale di Sant’Anna, è un resoconto fondamentale dello stato d’animo del poeta, a cui non resta che la follia. Sebbene lo logori giorno dopo giorno, è tutto ciò che gli rimane in un mondo che sembra rifiutarlo.

Cultura
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giovedì 29 Settembre 2022