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Gummo: una fotografia dell’America che ci rifiutiamo di considerare America

“Gummo” è un film indipendente del ’97, diretto dal regista e scrittore statunitense Harmony Korine che solo due anni prima aveva già firmato “Kids”: entrambi i film sono caratterizzati da un costante alone di angoscia e grottesco, elementi che vanno a definire chiaramente la linea narrativa e poetica costruita per dare spazio ad una forte denuncia sociale. A partire dal titolo è possibile presagire di cosa tratterà “Gummo”: il termine, infatti, indica le gengive scoperte dei redneck – lo stereotipo del ceto medio razzista e ignorante del Sud degli US. Potremmo definirlo come un’offesa nell’offesa

La storia si sviluppa nella città di Xenia, in Ohio, nel periodo successivo ad un tornado che ha costretto la città ad una condizione di povertà estrema. La trama è basilare e si muove intorno ad alcune figure che finiscono sempre per intrecciarsi: ci sono Tummler e Salomon, due ragazzi che uccidono gatti randagi per venderli ad un macellaio, le sorelle Dot ed Hellen che cercano il loro gatto – ucciso dai primi due – e poi ancora Bunny Boy, un ragazzo con un copricapo da coniglio rosa, ignorato o deriso dalla maggior parte dei suoi coetanei. La colonna sonora è iconica, svaria dall’heavy metal alla musica classica, e il montaggio rende questo film diverso da tutti gli altri di uno stesso potenziale – data la peculiarità del tutto – filone: il voiceover che regola la narrazione è molto particolare e le scene, persino quelle più macabre, sono ricche di un realismo capace di dare il voltastomaco ma allo stesso tempo così affascinante e curioso, dando vita ad una sorta di Commedia Umana ambientata alla fine degli anni ’90, come se fosse un’analisi “scientifica” estremamente tragica, carica di umorismo nero e quanto più che mai triste.

Qualcuno potrebbe vederci la filosofia di Nietzsche con concetti come il nichilismo, il risentimento o l’eterno ritorno, ma è abbastanza leggerci una critica ad una società colpevole di non voler accettare quello che succede in contesti più che diffusi nel Sud degli States. La prospettiva da cui lo spettatore riceverà un carico emozionale non indifferente è quella di una sorta di mockumentary, al punto che la visione di alcune scene – come il bagno di Salomon nella sua vasca di acqua sporca, mangiando degli spaghetti – risulta impegnativa, data l’eccessiva naturalezza con cui vengono proposte e la naturalità con cui i personaggi ne diventano partecipi, forse perché alcune delle figure che compaiono sono infatti amici e conoscenti del regista di Nashville, non attori professionisti. Lui stesso compare in una scena in cui, da ubriaco, racconta i propri traumi e chiede affetto ad un sex worker affetto da nanismo.

“Gummo” riesce nell’essere un costante promemoria del fatto che una buona fetta di persone, non solo nel Meridione degli Stati Uniti, vive in “quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi”, portando chiunque sia costretto a scendere a patti con una vita del genere all’esasperazione: c’è rancore, dolore e disgusto, ma la prospettiva proposta è così cruda da diventare ipnotica e divertente, nonostante l’eccesso del “bizzarro” messo in scena. Tutt’ora numerosi spettatori definiscono il tipo di contesto rappresentato, in alcuni casi proprio quello in cui sono cresciuti, perfettamente descritto dall’eccentrico film che rappresenta un grande esempio di controcultura: uno scorcio dell’America che il mondo Occidentale preferisce ignorare.

Cultura
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mercoledì 1 Febbraio 2023