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Ghibli e Iyashikei: curando l’anima

Ghibli e Iyashikei: curando l’anima

 

Addentrandosi nel mondo degli anime, le ormai super diffuse animazioni orientali – principalmente nipponiche – è facile rimanere impigliati in qualcosa, o persino perdersi. Nelle definizioni come non mai: se il cinema del Vecchio Mondo, come anche quello del Nuovo – sembrerebbero aver relegato l’animazione a un genere “per bambini”, salvo qualche incredibile eccezione, l’Oriente ha costruito uno, dieci, centomila imperi, fornendo un numero pressoché infinito di possibilità. Tra i tanti generi e sottogeneri, uno capace di attirare l’attenzione è l’Iyashikei (癒し系), termine che possiamo tradurre come “guarigione”. Nelle scene animate di questo filone non succede nulla, o quasi. È il “come” che fa la differenza: ambienti calmi, rilassanti, il focus di una virtuale telecamera sull’azione piuttosto che sulle sue ragioni, o sul perché viene inserita nella narrativa.

Il genere trova terreno fertiel all’interno di moltissimi racconti, anche dello studio Ghibli, realizzatori di prodotti capaci di diventare propri dell’immaginario comune, o classici contemporanei. L’esempio da cui tirare le somme è Totoro, un “feel good movie” per antonomasia, per più di una generazione: quattro minuti – con una soglia media dell’attenzione attestata ai quattro secondi, secondo uno studio Microsoft – potrebbero essere eterni, ma ogni volta che qualcuno clicca su Netflix e sceglie di guardare una delle opere prime di Miyazaki, sceglie di guardare quattro minuti di un bus a forma di gatto che se ne va allegro per una strada di campagna, senza che succeda nulla. Lo stesso vale per il Castello Errante di Howl, forse ancora più lampante come esempio: una scena in cui viene preparata una colazione dura più di tanti altri attimi essenziali, eppure per la mente è un semaforo verde verso il relax. La trama può essere accantonata, per quanto il resto delle animazioni sia frenetico, lo scopo adesso diventa un altro. Si cerca di dare un momento di sollievo all’audience, prendendosi una pausa dalle narrazione vertiginose, come accade in moltissime altre serie anime, tanto apprezzate proprio per questa caratteristica.

 

La base escapista del tutto – un po’ romantica, come termine assoluto, un po’ fantastica – è innegabile. La civiltà nipponica è tra le più frenetiche della storia e un’ottima soluzione, in questo contesto, potrebbe essere proprio la scelta degli Iyashikei, più che altri prodotti multimediali. Questi ultimi vengono considerati una medicina per l’anima. Lo studio Ghibli ne ha dato dimostrazione anche nell’ultimo prodotto – “Il ragazzo e l’Airone” – che, per quanto discutibile dal punto di vista della trama, è comunque ricco di momenti morti, che poi così morti non sono. Le animazioni – sempre legate ai fornelli – sono quasi pornografiche, la soddisfazione alla quale aspirano è raggiunta, senza mai spezzare il mood narrativo, saturo di lunghe sequenze.

Cultura
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sabato 2 Marzo 2024