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Calcio e stereotipi. Recensione di “Ted Lasso”

Bisogna riconoscerlo: l’ultima scommessa di Apple TV, la serie televisiva Ted Lasso, non parte proprio benissimo. La narrazione che vede i calciatori arroganti e infantili e le donne frivole e superficiali sa di già sentito. Del resto, si tratta di una di quelle serie (per ora) di nicchia, che tendenzialmente si guarda giusto per uscire un po’ dal canale più mainstream dei contenuti seriali che tutte e tutti conoscono. Quindi, se già in partenza la motivazione non è molto solida, i primi due episodi rischiano di scoraggiare chi spera di trovare in Ted Lasso una serie diversa dal solito. Per fortuna, però, il decollo è solo questione di tempo.

Il protagonista è intuitivamente Ted Lasso, un coach di football americano chiamato da Rebecca Welton, presidente dell’AFC Richmond, ad allenare la propria squadra. Che cosa c’entra un allenatore di football americano con la Premier League inglese? È proprio questo il punto, come si scopre fin dall’inizio: la presenza di Lasso non è altro che la vendetta di Rebecca ai danni di Rupert, l’ex marito fedifrago. Infatti, Rupert ha sempre dimostrato di amare più il club della moglie, così – dopo essere stata abbandonata per una donna più giovane – Rebecca decide di rovinare l’unica cosa che abbia mai realmente occupato un posto nel cuore dell’ex proprietario. Ma l’inesperienza del coach americano sarà davvero la rovina del Richmond?

Per rispondere a questa domanda, la serie si districa dagli stereotipi che caratterizzano il mondo del calcio per proporre invece riflessioni molto interessanti dal punto di vista umano. Sono i personaggi stessi – inizialmente ritratti come macchiette – a uscire pian piano dalle gabbie in cui i media li hanno rinchiusi: lo sterile atteggiamento machista cede così il passo a una sana riscoperta della propria sensibilità. Potremmo definire Ted Lasso un coach emotivo, interessato alla persona più che all’atleta, al benessere più che ai soldi.

Chiaramente, trovandosi e trovandoci in una società ancora fortemente sessista e poco attenta al risvolto psicologico degli eventi (come del resto ha ampiamente dimostrato l’approccio mediatico alla pandemia), l’allenatore viene subito attaccato e deriso dalla stampa e dalla sua stessa squadra. Entrambi impiegheranno del tempo a comprendere l’importanza del “metodo Lasso”, mentre lo spettatore ne è sempre più rapito. Pur trattandosi di soli dieci episodi, non affezionarsi a questo life coach baffuto è pressoché impossibile, anche grazie alla sua spiccata vena ironica che dona alla serie un piacevole e scorrevole senso di leggerezza umoristica mai demenziale.

Insomma, senza altre anticipazioni, possiamo tranquillamente consigliare questa serie a chi ha voglia di un prodotto che sia contemporaneamente leggero e significativo. Se questo articolo non ha avuto il merito di convincere del tutto, c’è pur sempre un certo Golden Globe al “Miglior attore in una serie commedia” a fare da garante…

Cultura
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