Brunori Sas, la risposta dentro di noi

Non ho idea di chi sia Brunori Sas. Giuro che non c’è nemmeno una goccia di snobismo o di arroganza in una affermazione del genere. È semplicemente la verità: non so chi sia. Se ho ascoltato una canzone – quella passata a Sanremo di recente – l’ho fatto per osmosi, e non per decisione consapevole. Non so che tipo sia o che genere di musica faccia. O almeno non lo sapevo fino a qualche giorno fa quando, nonostante questa premessa, ho deciso di andare a vedere il suo spettacolo – “Tuttobrunori. Canzoni e Monologhi” – a Milano.
È stata una scoperta. Una bella scoperta. Due ore abbondanti di teatro-canzone con monologhi divertenti e profondi, conditi di un’ironia tagliente che, mi pare di capire, sia la cifra stilistica di Brunori. Sulle canzoni che ha proposto non mi voglio esprimere perché acquistano senso solo se calate nella costruzione dello spettacolo. Per esempio, si potrebbe dire che “L’albero delle noci” sia una canzone piacevole, ma se non si allacciasse a doppio filo al contesto dello show la piacevolezza interesserebbe a pochi. Invece, le canzoni funzionano perché incastonate nel diadema di “Tuttobrunori”. Sembrano quasi scritte apposta, e pare strano che non lo siano, dato che lo stesso Brunori Sas ha ammesso di aver selezionato le diciassette canzoni ben prima di avere in mente una cornice per esse. Forse, la bontà del progetto si misura proprio su questo: sono come due pezzi di un puzzle trovati per caso che si incastrano perfettamente.
Il teatro-canzone evoca immediatamente il duo Gaber-Luporini e, con il dovuto rispetto e le dovute differenze, con il Signor G Brunori condivide la stessa anima da palcoscenico: pare nato per stare lì, con un controllo sul pubblico e sul ritmo dello spettacolo che non si vede così frequentemente. È un istrione, si diverte e fa divertire. Ma anche pensare, pensare molto. I monologhi di Brunori frugano «dentro alle nostre miserie» portando a galla colpe, fissazioni, idiosincrasie, contraddizioni, debolezze. E poi c’è sempre il fondo amaro della attualità e della politica, che sbuca con ferocia tra le crepe dell’ironia e che «è schifosa e fa male alla pelle» esattamente come per Gaber e Luporini. I monologhi dedicati alla bandiera e al genocidio palestinese sono autentici prezzi di bravura, coraggiosissimi e proprio per questo rari in un Paese – e in un presente – troppo spesso pavido, quando non connivente.
Ma Brunori non si nasconde, e non nasconde nemmeno le proprie perplessità: la convenienza (anche economica) dello schierarsi si scontra sempre con la necessità (anche e soprattutto morale) di farlo in un dissidio che raramente trova una sintesi. E forse va bene così. Forse ha imparato la lezione autentica del grande cantautorato: domandare, instillare il dubbio. E se poi le risposte non arrivano, ci aiuta comunque a trovarle dentro di noi.
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lunedì 12 Ottobre 2026