Bruce Springsteen e la scintilla che mi ha cambiato la vita

You can’t start a fire
without a spark.

Non potete accendere un fuoco senza una scintilla. Oltre che un dato di fatto, è anche una chiave di lettura della vita intera: non si può aspettare che le cose accadano da sé. Bisogna rimboccarsi le maniche, concentrarsi su un sogno e lavorare per realizzarlo. È proprio così che Bruce Springsteen, il Boss del New Jersey, ha preso una chitarra e ha imparato a farla parlare.

Il mio amore (adorazione? Devozione? Tutte e tre le cose?) per Springsteen nasce nel lontano e fortunato 2009, allo Stadio Olimpico di Torino. Avevo dieci anni.

Al mio posto ci sarebbe dovuta essere mia madre che, insieme a mio padre, è ragionevolmente una springsteeniana forsennata. Tuttavia, quel 21 Luglio 2009, mentre me ne stavo seduta sul divano a pensare ai Jonas Brothers o a qualche altra meteora artistica in voga allora, i miei genitori confabulavano sul mio destino. Sapevano bene che un concerto del genere non mi avrebbe lasciata indifferente, e che sarebbe stato la scintilla di un fuoco che non mi avrebbe abbandonata mai. Ecco quindi che mia madre rinuncia al suo biglietto, e riesce a convincermi (sì, ha dovuto convincermi) ad andare al concerto. In men che non si dica, sono seduta all’Olimpico di Torino, convinta di essere lì solo per abbassare un po’ l’età media dei presenti.

Mi ricorderò sempre il brivido che provai quando Bruce, seguito dalla E Street Band, salì sul palco. Lo stadio intero saltò in piedi esultando a squarciagola, e io – che non avevo mai provato un’esperienza del genere nei miei modesti dieci anni di vita – ne rimasi travolta. Da quel momento in poi, fu come stare sulle montagne russe, con il vuoto perenne della discesa nello stomaco.

All’epoca, Springsteen aveva esattamente cinquant’anni più di me. Non che lo vedessi come un vecchietto, ma quasi. Di sicuro non mi sarei mai aspettata di entrare tanto in simbiosi con una persona così apparentemente distante da me.

Fece, come suo solito, quattro ore di concerto. Quattro ore di salti, di corse, di energia pura. La complicità che aveva con i membri della band mi lasciava senza fiato: mi innamorai subito di quel microcosmo di amicizia e di talento, così lontano dall’inconsistenza dei prodotti dell’industria musicale. Capii velocemente che cosa era davvero la Musica, e non potevo lasciarmela scappare: guarda caso, non molto tempo dopo cominciavano le mie prime lezioni di batteria. La Musica non mi ha mai più abbandonata.

Insomma, Bruce Springsteen e il buon senso dei miei genitori mi hanno cambiato la vita. Ma questa è una consapevolezza che aveva già quella bambina di dieci anni, uscita dallo stadio con gli occhi lucidi, stringendo tra le mani la maglietta del “Working on a Dream Tour”. Taglia S, ovviamente.

Cultura

I vostri commenti all'articolo

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  1. doriano

    È confortante imbattersi in giovani che scrivono così bene.

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domenica 29 Novembre 2020