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Arcangelo Sassolino, “L’anima della materia”

Si è conclusa un’altra bellissima serata all’Istituto Alcide Degasperi di Borgo Valsugana. Non una semplice conferenza, bensì un incontro organizzato dagli studenti nei minimi particolari, con l’obiettivo didattico di approfondire i temi trattati e non solo. I ragazzi salgono sul palco, imparano a parlare in pubblico e ad intervistare l’ospite della serata. Delle esperienze di vita preziose, accompagnate allo studio, il cui valore non in tutti gli istituti viene evidenziato.

Passiamo al cuore della serata: l’incontro con l’artista Arcangelo Sassolino. Il padiglione Malta alla Biennale di Venezia? Quello dei materiali che arrivano al loro limite e si rompono? Quello dei due blocchi di granito ad Arte Sella?  Il cane sciolto, come egli stesso ama definirsi? Sì. È proprio lui.

Tutte le sue opere sono accomunate da due fattori importanti: l’urgenza di colmare un vuoto, di “andare oltre” e l’esigenza di rappresentare lo scorrere inesorabile del tempo.

Abbiamo provato ad incastrarlo in qualche definizione, ma non ci siamo riusciti. L’irregolarità è la sua misura.

Ecco alcune risposte dateci da Sassolino, durante la nostra intervista esclusiva, faccia a faccia.

Qual è l’opera a cui sei più affezionato?

“L’opera a cui sono più affezionato è la prossima. Perché quando un’opera è fatta, è già morta. E l’artista deve continuare a soddisfare il suo infinito desiderio di creare, di sconfinare, di superare se stesso. L’artista deve essere un traditore seriale di sé. Non si può perdere il proprio tempo nell’autocompiacimento”.

E durante la serata, intervistato dai ragazzi dell’Istituto Alcide Degasperi esclama: “Io mi annoio nel riguardare ciò che ho fatto, non provo interesse, in alcune opere faccio anche fatica a riconoscermi, le rifarei tutte diverse”.

Lo sguardo di Sassolino è tutto rivolto al futuro. Eppure, anche lui ha iniziato da qualche parte ad appassionarsi alla tecnica, alla scienza dei materiali, alla manipolazione, all’arte.

“Fin da piccolo facevo gli aerei. Di tutte le forme e le dimensioni. Ero l’ultimo di cinque figli, in una famiglia di contadini, mio padre aveva un piccolo laboratorio, lui era un artigiano. Ed io passavo lì il mio tempo libero. Cercavo di capire i meccanismi, mi perdevo nella costruzione di modellini o di prototipi veri e propri. Non capivo allora cosa fosse questa passione o dove mi avrebbe portato. La vita a volte si compone attraverso dei colpi di fortuna e delle coincidenze. Credere in ciò che si sente e nei nostri progetti è fondamentale, questo lo devono capire tutti i ragazzi, ma anche le occasioni che capitano sono delle combinazioni fortuite con un certo impatto”.

Durante la serata vengono proiettate alcune sue opere e i ragazzi lo intervistano in particolare su cinque. “Afasia” rappresenta bene il concetto di velocità nello spazio e nel tempo. Concetto già caro da Bernini a Boccioni, ma qui la bottiglia che si polverizza e che l’occhio umano non vede fino a quando non è distrutta, diventa un modo per evidenziare l’esistenza. La distruzione è un atto vitale, è una riflessione sul qui e ora che è già passato. Si sottolinea come si esiste e che, soprattutto, si esiste. Il tempo brucia e si sente. Tutto scappa via, ma lo stesso scorrere è vita, qualcosa rimane, qualcosa si distrugge, qualcosa si trasforma. E lascia il segno.

Che senso ha l’arte, per te?

“L’arte non deve avere uno scopo. A cosa serve vivere? Veniamo gettati dentro questo mondo senza scegliere nulla, né il colore della nostra pelle, né la città dove viviamo. È tutto casuale. L’arte è un modo per dare un senso all’essere umani, per prendere coscienza di esistere.”

Damnatio Memoriae” è una scultura che viene continuamente fresata, da un macchinario studiato nei minimi dettagli. Sassolino ha spesso un team di ingegneri che lo segue per trovare le giuste tecniche e per studiare il comportamento dei materiali. Per questo non è solo arte, ma è anche chimica e fisica degli elementi e tecnica degli strumenti che vengono ideati appositamente.

Fragilissimo” è una sfida contro il tempo. Quanto resisterà quella sottile lama di vetro sotto i 250 kg di quel masso? È un ipotetico conto alla rovescia, come la nostra vita.

Le opere nascono dopo numerose sperimentazioni, dopo moltissime ricerche per nuove tecniche, come nel caso di “Diplomazia astuta”, esposta alla Biennale di Venezia: l’acciaio viene fuso attraverso l’induzione, passa da 0 a 1.500 gradi centigradi in un attimo, grazie alle onde magnetiche si ottiene una fusione senza calore.

Una serata all’insegna dello stupore per la tecnica e l’ingegneria, accompagnato da riflessioni profonde che ci hanno colpito tanto quanto il resto. Non ci resta che attendere i prossimi appuntamenti dell’Istituto Alcide Degasperi.

Cultura
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martedì 5 Marzo 2024