Quel giorno d’aprile, un anno dopo

Esattamente un anno fa ci trovavamo a scrivere sulle stesse pagine virtuali per provare a raccontare quello che avrebbe dovuto essere un giorno importante, importantissimo. Scrivo dovrebbe, non perchè il 75esimo anniversario della Liberazione d’Italia non lo sia stato, ma perchè, in quei giorni, la nostra mente era sommersa e “distratta” da altri fotogrammi: strade deserte, il mesto corteo di camion di Bergamo, i bollettini giornalieri che ci raccontavano il dramma di una pandemia che allora conoscevamo pochissimo e che ci atterriva ad ogni istante ed un lockdown – che appariva infinito – lì a violare ogni nostro minimo afflato di speranza. Scrivevamo che, una volta “passata la nottata”, avremo dovuto essere incredibilmente bravi a sgombrare le macerie di un tale disastro, così come era avvenuto, in termini diversi, settantacinque anni prima. Magari – come si sentiva spesso dire – diventando anche “migliori”. Ad un anno esatto da quei pensieri, non possiamo certo dire che la nottata sia passata, ma sicuramente la strada per uscirne ci appare meno ripida e scoscesa.

Il 25 aprile 2021 è anche la vigilia del 26. Fa sorridere. Il 26 è però il giorno in cui gran parte del nostro paese “riaprirà i battenti” dopo ulteriori mesi di limitazioni. E, nella speranza che l’uscita da questo triste momento storico sia realmente prossima, è forse arrivato il momento di chiederci come, facendo tesoro di quest’esperienza, potremo davvero diventare migliori. Un buon punto di partenza – sfruttando l’occasione offertaci dal calendario – potrebbe essere proprio riscoprire il vero significato di una ricorrenza che, spesso in modo inconsciamente passivo, ci limitiamo ad accogliere quale “una fra le tante” che, se la fortuna ci assiste, cade in prossimità del weekend, allungandocelo.

Settantasei anni fa il nostro paese si lasciava alle spalle gli anni del fascismo, l’occupazione nazista ed una guerra atroce. Questo grazie anche alla volontà e all’impegno di chi, nella storia, ha provato davvero ad essere “migliore”: uomini e donne, giovani e anziani che, chiamati ad una scelta e magari sacrificando la propria vita, hanno parteggiato e combattuto per la conquista della democrazia e della libertà.

Spesso, pensando a certi concetti, siamo tentati di figurarli in modo astratto, ritenendo che la scelta migliore sia delegare “ai piani alti” l’equilibrio delle nostre esistenze. Un buon esercizio potrebbe essere, al contrario, riscoprire che i valori e gli ideali che stanno alla base del nostro vivere civile abitano invece i nostri piccoli gesti quotidiani ed è proprio lì che, per essere realmente “migliori”, dobbiamo spendere le nostre energie per sostenere sempre la cultura del dialogo, del confronto costruttivo, l’uguaglianza e l’importanza del rispetto dei diritti umani e, in generale, del prossimo.

Non è un esercizio facile passare dalle parole all’azione e, per provarci, è necessario riportare “a terra” ciò che appare eccessivamente intellettuale. In questi giorni di grande riflessione, a tal fine, chi scrive si è aggrappato ad un’esperienza personale: aver avuto la fortuna di poter guardare negli occhi e dialogare con una persona che il 25 aprile 1945 l’ha vissuto sulla propria pelle. Su quella stessa pelle, a decenni di distanza, erano ancora visibili le stigmate di quello che ci si era lasciati alle spalle: violenza e, con la violenza, tanta paura e, con la paura, tanta voglia di giustizia e rivalsa. Oltre a tutte queste cose, e forse proprio “grazie” a queste cose, le parole raccontavano di una smisurata voglia di voltare pagina unita alla grande consapevolezza di non dover mai rimuovere quel tragico vissuto.

Ed è proprio nei fotogrammi raccontanti da quella voce antica, che nella mente si sovrappongono a quelli recenti – diversi ma ugualmente terribili – a cui si faceva riferimento poco sopra, che tutti noi dovremo trovare la chiave per ripartire. Cercando naturalmente, ognuno nel proprio piccolo, di essere “migliori”.

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martedì 22 Giugno 2021