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Living Memory 2023: il processo di spersonalizzazione nei campi di concentramento

Diego Audero, guida ufficiale del Museo Auschwitz-Birkenau, è stato il protagonista dell’incontro sul tema della disumanizzazione nei campi di concentramento svoltosi il 23 gennaio a Trento nell’ambito del Living Memory 2023. Ad accompagnare la sua dissertazione le famosissime fotografie della soluzione finale del maggio 1944 e i disegni realizzati da Siwek e da Koscielniak, due prigionieri polacchi che, senza volerlo, hanno documentato la vita nel lager di Auschwitz.

“Inizialmente era un campo di prigionia politico come tutti gli altri: le camere a gas arriveranno molto più tardi e per allora la linea che divide l’uomo dalla sua natura animale sarà già stata varcata. Il processo di disumanizzazione è iniziato molti anni prima per tappe sistematiche e ben organizzate, ed è stato fondamentale per lo sterminio di massa”, spiega Audero.

Il benvenuto: Arbeit macht frei, “il lavoro rende liberi” è la frase sotto la quale i prigionieri passavano due volte al giorno ogni giorno, nella consapevolezza che si entrava per lavorare e che l’unico modo per uscirne era attraverso la ciminiera di un forno crematorio. La mattina si usciva, come il bestiame, in fila di cinque e la sera, chi era così fortunato da tornare vivo, rientrava portando in spalla i cadaveri dei propri compagni e veniva accolto da un’orchestra.

Il lavoro: i campi erano vere e proprie città all’interno delle quali andavano espletati gli impieghi più vari con orari e ritmi diversi. Per la sopravvivenza avere un buon lavoro era molto più importante che avere una buona baracca. Non esistevano regole per poter cambiare la propria condizione, solo occasioni fortuite che bisognava cogliere con spietato egoismo. Come suonare nell’orchestra che accompagnava gli altri prigionieri alla morte, disumanizzandosi sempre più per il senso di colpa che nasceva dal sollievo di non essere al posto loro.

La registrazione: all’arrivo nel campo si veniva spogliati non solo di abiti ed averi ma anche del proprio nome e poi rasati, disinfettati e lavati con strumenti e prodotti che scorticavano la pelle. Il numero tatuato sul braccio è qualcosa che arriverà molto più tardi ma la disumanizzazione era comunque così efficace che molti prigionieri con l’andare del tempo dimenticavano la propria identità in favore della matricola che era stata loro assegnata e che veniva loro ripetuta ad ogni appello.

L’appello: unanimemente ricordato come una tortura. Durava ore ed ore in piedi con la schiena lievemente piegata e il cappello in mano, perché tutto doveva tornare alla perfezione.

La fame: come disse Primo Levi, era qualcosa di indescrivibile. Mentre sullo sfondo un disegno di Siwek mostra alcuni prigionieri lanciarsi con balzi animaleschi per recuperare la zuppa che fuoriesce da un barile forato, io sento la voce di mio nonno quando da piccola mi raccontava i suoi furti di bucce di patata all’oscuro delle SS: rischiare la vita per un briciolo di spazzatura, questa è per me la fame.

La vita nelle baracche: era una lotta per la sopravvivenza in cui vinceva il più forte e spesso il tuo vicino diventava il tuo peggior nemico.

Arriviamo così alle immagini scattate tra le ore 10 e le 12 del 27 maggio 1944: l’apogeo di una soluzione finale che è iniziata due anni prima. Audero conclude: “Dopo anni di soprusi e leggi razziali queste persone sono probabilmente nel punto più vicino al loro stadio animale perché hanno vissuto il più lungo periodo di disumanizzazione ed è per questo che aspettano il loro turno di entrare nelle camere a gas esattamente come le pecore ignare brucano l’erba davanti al mattatoio”.

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mercoledì 21 Febbraio 2024