Tra illustrazioni e insegnamento, intervista a Michela Nanut

Sorriso dolce e spirito frizzante dietro un paio di occhiali colorati, Michela Nanut, 40 anni, lavora come docente di sostegno presso il Liceo Scientifico L. Da Vinci di Trento.

Fin da subito sapeva di voler insegnare, ma le possibilità di impiego nella sua materia, filosofia, erano quasi inesistenti: per questo, le viene consigliato di provare con il sostegno. “È stato un fuori programma ma ho scoperto che mi piace molto. Ci trovo un senso: oltre che una professione è diventata una passione”, ci racconta.

Dopo abilitazioni, master e concorso, ora è un insegnante di ruolo. Ha svolto anche un paio di esperienze come docente di storia e filosofia: “Sono state molto positive e ogni tanto ci penso ancora ma nel sostegno mi diverto di più, lo trovo stimolante. L’insegnamento di classe non è ‘democratico’, perché il docente detiene il potere di dare i voti agli studenti, mentre nel sostegno sei la persona che insegna senza dare voti: sei l’alleato del tuo alunno per aiutarlo ad ottenere un giudizio positivo. Mi piace soprattutto l’aspetto organizzativo: conoscere persone fuori dall’ambito scolastico. Essendo alle superiori il sostegno non è qualcosa fine a se stesso: la prospettiva è la vita adulta dei ragazzi. Si collabora con altri attori sul territorio – i servizi sociali, la neuropsichiatria, le cooperative – per trovare un possibile progetto di vita. In questo senso anche a scuola si svolge un lavoro più incentrato sul futuro e sull’apprendimento delle autonomie che non unicamente sulla didattica.

Nella sua carriera Michela ha visto dai 20 ai 30 ragazzi affetti da disturbi vari. Esistono due categorie principali: deficit cognitivo e deficit fisico (cecità, sordità, autismo), che comportano due approcci diversi. Nel primo caso si deve svolgere un lavoro molto strutturato sul ragazzo, nel secondo invece ci si concentra su come poterlo inserire nel miglior modo possibile nell’ambiente circostante.

Per legge il compito principale dell’insegnante di sostegno è l’inclusione del ragazzo con disabilità all’interno del gruppo classe. Dalla mia esperienza, però, nelle scuole superiori questo tema va declinato all’età adolescenziale: all’interno della stessa classe infatti non tutti sono amici tra loro. Pertanto penso che il nostro compito sia più quello di fornire al ragazzo le competenze relazionali da spendere in ambiti amicali esterni e allo stesso tempo sviluppare nei compagni un grado di sensibilità e una sicurezza in loro stessi utili in qualsiasi ambito della vita quotidiana.

Michela svolge anche una seconda attività come illustratrice. Mentre frequentava il corso abilitante al sostegno, una sua collega, che stava per pubblicare dei libri di tedesco per ragazzi con disturbi dell’apprendimento, vede i suoi disegni e le propone di realizzare le illustrazioni di accompagnamento al testo. “Ho iniziato con il botto, staccando una fattura con cifre che non ho mai più visto” ammette candidamente ridendo.

A seguito della pubblicazione conosce il team di CSV Centro Servizi Volontariato e diventa loro collaboratrice stabile. “All’inizio per me era un aiuto perché a scuola ero precaria. Ho sempre pensato che una volta entrata in ruolo avrei smesso, e invece non l’ho più abbandonato. Ho uno studio in coworking con altre persone ed è un’attività che mi aiuta a staccare. Come ho detto, il sostegno è un lavoro che amo tantissimo, ma dal punto di vista psicologico a volte può essere molto pesante. In questo modo riesco a bilanciare lo stress e a trovare il mio angolo di pace.

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giovedì 29 Luglio 2021