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Occhi, cuore e cervello “davanti al dolore degli altri”

Non saremo mai in grado di stare davanti al dolore degli altri in modo adeguato, e nessuna fotografia potrà mai catturarlo appieno. Forse le uniche persone che possono permettersi di osservare questo dolore sono quelle che riusciranno in qualche modo a lenirlo, non certo i fotoreporter o i comuni cittadini, semplici voyeur. Questa non è una buona ragione, però, per smettere di documentare e di cercare di “porsi in ascolto” – con gli occhi, per una volta, se è vero che possono ascoltare, e non solamente vedere – di fronte alle immagini che arrivano dai luoghi dove si consumano le tragedie. Lo racconta l’intellettuale statunitense Susan Sontag (1933-2004) in un saggio, “Davanti al dolore degli altri”, uscito per la prima volta nel 2003 e ristampato proprio quest’anno dalla casa editrice Nottetempo.

Le immagini crude ci possono emozionare e scuotere, certo, ma riescono a portare a un cambiamento, oppure sono fini a se stesse? Secondo Sontag, non è compito della fotografia quello di parlare alla nostra parte più razionale: lì entrano in gioco le parole, che ci trasportano nel mondo dei “perché”, che è sempre molto più complesso di un’unica immagine, ma anche (forse) più difficile da catturare. Molto spesso, infatti, arriviamo alle parole perché prima c’è stata una fotografia che ci ha interrogato, che ci ha spinti a guardare “oltre”.

“Non veniamo totalmente trasformati – spiega Sontag – possiamo distogliere lo sguardo, voltare pagina, cambiare canale, ma questo non vanifica il valore etico delle immagini da cui siamo assaliti”. E a chi lamenta che, attraverso le foto, si riesca a guardare la sofferenza solamente da lontano, Sontag spiega che probabilmente non esiste un altro modo per farlo. Ogni sofferenza altrui è sempre un po’ distante da noi, sia che la osserviamo a occhi nudi sia che la scrutiamo attraverso il filtro di una macchina fotografica. E osservare qualcosa a poca distanza non ci avvicina, se non fisicamente, al dolore degli altri. “La vista – scrive Sontag – non richiede sforzi, la vista ha bisogno di distanza nello spazio; la vista può essere interrotta (abbiamo palpebre sugli occhi, non ci sono porte sulle orecchie). Le stesse qualità che indussero i filosofi dell’antica Grecia a considerare la vista il primo e il più nobile tra i sensi sono ora associate a un deficit”.

Ma la vista riesce a colpire la nostra parte più emozionale che, a sua volta, può punzecchiare il nostro cervello: ecco che nascono i “perché” a cui si cerca di trovare una risposta. “L’effetto CNN” – un termine coniato nel corso della guerra degli anni Novanta in Bosnia, quando i media mostrarono al mondo l’orrore che si stava consumando a Sarajevo – non è un male se ci spinge verso una narrazione che, sola, può farci capire ciò che sta avvenendo. Occhi, cuore, cervello: immagine, emozione, desiderio di capire e di conoscere. Susan Sontag compie un passaggio ulteriore: arrivare alla parte razionale significa anche cercare di raccogliere i nomi dei soggetti delle fotografie di guerra e farli diventare, da semplice “soggetto” rappresentante un’etnia o una condizione, persone.

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lunedì 4 Marzo 2024