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L’isola che non c’è

“Hostium rabies diruit opus non ideam”

L’isola che non c’è

1 maggio 1968. Una data che trasuda libertà, contestazione, una data impregnata del sentimento di rivincita dei diritti civili del singolo e della forza delle idee e della protesta.

Il limbo della guerra fredda da un lato, i fremiti universitari di ribellione dall’altro, scontri,
manifestazioni, cortei. Voglia di rinnovamento politico, aria di rivoluzione. E nell’Adriatico,
una reazione di opposizione alla burocratica connivenza politica italiana di DC e Chiesa si fa
concreta, tangibile: viene costituito un nuovo Stato. L’ing. bolognese Giorgio Rosa dà vita al suo sogno di “veder fiorire le rose sul mare”, costruendo, a 11,612 km al largo della costa italiana di Rimini, una piattaforma a due piani di 400 m2 costata cento milioni delle vecchie lire, autoproclamandola Stato Indipendente: la Repubblica esperantista dell’Isola delle Rose, o più precisamente la Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj per usare il nome nella lingua ufficiale, l’esperanto.

L’Isola della Rose era un vero e proprio Stato, sbocciato in acque internazionali, ma troppo vicino all’Italia per non “disturbare”. Si era data un governo, una lingua, aveva stabilito un proprio inno, disegnato uno stemma, e creato una bandiera di colore arancione con 3 rose al centro. Si era anche dotata di una valuta, il mill, corrispondente alla lira italiana, per l’emissione di francobolli. E vi erano già progetti di ampliamento in altezza, con l’installazione di negozi e bar..

Uno Stato nell’Adriatico dunque. La notizia destò scalpore e immediata fu l’attenzione della stampa italiana e estera. Tante furono le congetture sul suo insediamento: avamposto militare per potenze sovietiche, tv o radio pirata, casinò, via di fuga fiscale. Tutto troppo insolito, troppo spinoso per non suscitare reazioni contrarie: vi furono interrogazioni in Parlamento, approdi di turisti curiosi, volontà di investimenti ulteriori e interventi delle forze dell’ordine. Dopo poco più di un mese, motovedette di guardia di finanza, carabinieri, polizia, sommozzatori della Marina vietarono l’approdo all’isola anche ai suoi custodi. Le Rose furono circondate da cariche di tritolo, resistettero a due esplosioni, finché una burrasca vi diede il colpo di grazia nel febbraio 1969. E così, dopo solo pochi mesi di vita e ben 10 anni tra ricerche e lavori di costruzione, il progetto dell’ing. Rosa, riconosciuto come brevetto n. 850.987, il suo peccato di gioventù, come lui stesso lo definisce, finì inabissato nell’Adriatico. L’ultima serie di francobolli rappresenta l’esplosione dell’isola e riporta
una dicitura in latino “la violenza del nemico distrusse l’opera non l’idea”.

Questa è l’Isola delle Rose. L’IDEA. Di libertà. Di semplicità. Di rinnovamento. Di opposizione. Di reazione. Le fondamenta e i muri ritrovati in fondo al mare, sono tutt’oggi i pilastri di un sogno, la prova dell’ingegno dell’uomo. A 40 anni di distanza, l’idea torna a galla: dal 2008 ad oggi, al “caso dello stato burletta” son stati dedicati uno spettacolo teatrale, una canzone, un documentario, un albo a fumetti di Martin Mystère, e in ultimo un romanzo (edito il 29 agosto 2012).

Forse, in quest’Italia burletta abbiamo bisogno di un sogno reale. In un mondo  oggettificante, abbiamo voglia di idee. Di scoprirle. Di realizzarle. Di salvarle.

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