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Kill the Indian, Save the Man: un trauma intergenerazionale figlio del colonialismo

Tra i tanti strascichi dell’epoca è stato possibile osservare negli anni il fenomeno dell’assimilazione, una pratica consistente nell’eradicazione dei bambini nati da famiglie di popolazioni indigene, in territori generalmente espropriati, perché siano rieducati secondo la mentalità dominante della società responsabile di questa scelta. L’assimilazione è stata attuata sia negli Stati Uniti che in Australia, ma non si tratta di un fenomeno proprio di un periodo storico in cui – se posta nel contesto – avrebbe potuto trovare qualche sorta di giustificazione: fino ai primi anni ’70 entrambi gli stati consideravano legale un trattamento tra i più barbari che dei governi, autoproclamati liberali e democratici, possano mettere in atto.

Portando il focus sul caso statunitense, i bambini venivano integrati nella società non prima di essere passati attraverso una Boarding School, dalla quale venivano fuori carichi di traumi, dubbi e senza un’identità propria. Come raccontato davanti al Congresso a stelle e strisce da Matthew War Bonnet, nato Sicangu Lakota, si tratta di un trauma intergenerazionale di fronte al quale nessun genitore, che se nativo è stato sicuramente una vittima a sua volta, poteva fare molto: a casa il tema era un tabù e nessuno aveva idea di cosa fosse effettivamente la “scuola”, che più di una scuola è stata paragonata, parole di War Bonnet stesso, ad un campo di concentramento. Gli abusi erano infatti molto spesso causa della morte dei bambini, sia per la violenza fisica concreta – come frustate o elettroshock – che per quella indiretta, come la privazione di assistenza medica o del cibo. Il motto centrale del progetto – partorito da Richard Henry Pratt, mente dietro a quello che possiamo definire un genocidio a tutti gli effetti – era “Uccidi l’indiano, Salva l’uomo”, non parlava chiaramente di una morte fisica: l’indiano viene ucciso quando il suo nome, la sua lingua e la sua religione gli vengono proibiti, ma l’uomo verrebbe salvato con l’imposizione di preghiere – molte scuole erano gestite da missionari cristiani – e ideologie, la salvezza arriva quando gli viene “regalata” la cultura occidentale. Le conseguenze di un’esperienza simile sono quelle “classiche” del colonialismo: c’è chi muore di quella che in Brasile chiamano saudade, chi affoga il proprio male nell’alcool e nelle droghe, altri invece scelgono di porre fine alla propria vita, come lo stesso War Bonnet avrebbe voluto ad un certo punto, quando a 14 anni tentò di impiccarsi nel garage di casa sua, durante una pausa estiva dalle torture della sua “prigione”.

Il collegamento con il colonialismo sembra essere molto lontano a primo impatto rispetto alle prime colonizzazioni, avvenute proprio nel continente americano, quando gli indigeni venivano massacrati per risorse primarie e territori, ma quando si parla di ideali e motivazioni è possibile trovare un piano comune, capace di unire il ‘500 e i giorni nostri. L’assimilazione fu – allo stesso modo – un fattore ideologico proprio sia delle prime missioni coloniali che dei grandi imperi, dimostrando chiaramente che il colonialismo non è mai morto del tutto. Non tutte le guerre sono vistose allo stesso modo, ma non significa che il sopirsi di quest’ultima sia la morte delle ideologie che portano alla battaglia: l’aspirazione di perfezione europea non si è spenta, è stata solo trasposta, non ci sono più barriere fisiche a definire la superiorità di una popolazione, ma degli ideali, capaci comunque di ricondurre il discorso ad una questione di supremazia della razza.

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venerdì 14 Giugno 2024