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Intervista a Iole Mazzone: la nipote di Carlo, attrice e sceneggiatrice, che lo ha raccontato in “Come un Padre”

Il nome di Carlo Mazzone è tra i più cari agli appassionati del mondo del calcio: è un personaggio diventato iconico per il suo modo di essere così umile ma comunque capace di tagliare traguardi importanti, collezionando più di mille panchine in carriera. Il “Sor Magara” è stato raccontato dagli occhi di sua nipote Iole, impegnatissima nel mondo dell’arte come sceneggiatrice e attrice – già protagonista nel 2019 di un corto con Sandra Milo – nel film, disponibile su Amazon Prime, “Come un Padre”. Di seguito è possibile leggere un’intervista alla nipote di Carletto, presente nel cast del film e tramite con cui l’allenatore viene raccontato.

Nel film Carlo Mazzone viene raccontato da personaggi che lo hanno vissuto direttamente negli anni, da dove nasce la scelta di non farlo raccontare in prima persona?

È stata una scelta registica che abbiamo suggerito io e il mio papà, era più accattivante. Il titolo è stata la prima cosa decisa e non è mai stato cambiato, proprio per questo il regista Alessio Di Cosimo ha potuto raccogliere le parole di chi lo ha vissuto da vicino e lo ha guardato con gli occhi da figlio. Il racconto direttamente di Carlo Mazzone “come un padre” non aveva logisticamente senso, abbiamo abbracciato questa scelta perché nonno ha scelto di ritirarsi da ogni punto di vista. Non è stato facile farlo partecipare perché – anche se non sembra – è di lacrima facile: si è addolcito con l’età.

Vengono raccontati momenti chiave come i periodi di Roma, Brescia e Ascoli. Rimangono fuori quelli dei trofei vinti. Quanto credi che non avere un’idea chiara sul suo palmares abbia influenzato l’idea che si ha di lui?

Su nonno andrebbe fatta una serie tv piuttosto che un film, ha allenato tantissime squadre, collezionando dei record imponenti: 1278 panchine, 795 in Serie A, è irraggiungibile; mio padre ha calcolato quanto ci vorrebbe per superarlo e servirebbe cominciare ad allenare dai 20 anni in poi, senza fermarsi mai. Nonno ha una carriera estremamente proficua e anche per una questione di minutaggio non si è potuto inserire tutto. Avevamo scritto una sceneggiatura sulla sua vita, concludendo con il suo primo ingresso all’Olimpico, poi abbiamo cambiato. Abbiamo comunque voluto battere sulla figura di guida per i giovani, credo sia importante per i ragazzi: dà sicurezza sull’esistenza di chi sa riconoscere il talento: non è un Massimo Decimo Meridio o un Harry Potter, lui è Gandalf o Albus Silente. È il motivo per cui è ricordato, senza aver allenato squadre fortissime, il punto è il “come” le ha allenate.

La figura di Mazzone passa sempre in primo piano, a discapito dell’aspetto tecnico, lo sottolineano i “suoi” giocatori stessi, a cosa è dovuto?

L’importante è che rimanga il ricordo di un uomo perbene, lui stesso lo dice e lo ribadisce anche Giuseppe Giannini: “Oh, non abbiamo vinto, però ci siamo divertiti”. Penso sia passata più la sua persona, ma a livello tecnico il suo stile era all’avanguardia. Penso che una brava guida sia capace di lasciare un po’ di se stesso negli altri. Il suo metodo era funzionale, specie quando non c’era una squadra troppo competitiva, un po’ come con l’Ascoli, preso in Serie C e portato in Serie A, ha dovuto attingere ad altro: “la tecnica è il pane dei ricchi, la tattica quello dei poveri”, dice sempre.  È stata la sua scaltrezza, come la capacità di non basarsi solo sulla teoria, l’apprendere conoscenze e saperle utilizzare nel modo più adatto: dovremmo farlo tutti, un po’ come con la recitazione, perché si apprende un metodo e lo si fa poi proprio.  Il calcio è diventato molto diverso da quello che era e riuscire a vedere una persona piuttosto che un semplice tecnico credo sia importante. È un ricordo quello di Mazzone, si vive per creare ricordi e ricordare, è stato capace di fare più questo che tagliare altri traguardi, sempre con umiltà: è comunque un Cavaliere del Lavoro e della Repubblica, ha dei titoli, ma non si è mai fatto chiamare in altro modo.

In un mondo del calcio così diverso da quello che Carlo ha vissuto, cosa credi che si possa trarre dal film?

Mio nonno è stato uno degli ultimi allenatori romantici e questo doveva essere il sottotitolo del film: “Carlo Mazzone, l’ultimo allenatore romantico della storia”. Penso che il film possa essere interpretato come una provocazione, illuminando l’altra faccia della medaglia perché il calcio è diventato estremamente diverso. È bello ricordare l’emozione, il senso di appartenenza a qualcosa. C’è questa costante paura di rimanere da soli chiamata autofobia e trovare qualcosa che ci unisce in un certo senso fa passare in secondo piano qualsiasi etichetta, ci sono cose che ti abbracciano, inserendoti in una dimensione collettiva, siamo tutti sostenitori e tifosi di qualcosa che ci tiene uniti: questo è il bello del calcio. Il film può essere una provocazione per scavare a fondo e realizzare quali sono i motivi che hanno reso uno sport quello che è oggi.

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lunedì 26 Febbraio 2024