Giovani e lavoro: la storia di Andrea, il ricercatore che ha scelto di diventare infermiere

“Ci vogliono possibilità, coraggio, determinazione e anche un pizzico di lucida follia per reinventarsi nella vita, ma se uno vuole fare veramente una cosa, alla fine ci riesce.”

Andrea Bevitori, 38 anni ad agosto, è un infermiere. Uno di quei lavori che l’emergenza Covid-19 ha portato tristemente alla ribalta. La professione infermieristica però – al di fuori dell’eccezionalità con cui è stata raccontata in questo periodo – si qualifica quotidianamente in valori quali dedizione, consapevolezza e professionalità. Come Andrea stesso racconta infatti: «non siamo eroi o missionari, ma professionisti preparati».

Questo giovane professionista però non nasce infermiere, bensì ricercatore. Lavoro che quasi dieci anni fa lo ha portato ad occuparsi di screening e sorveglianza dell’A H1N1, il virus influenzale responsabile di un’altra pandemia sanitaria nel 2009.

Cosa ti ha portato a cambiare strada?

«Il cambio di carriera è stata una scelta molto ponderata ma, al momento del cambio, appunto perché tale decisione era presa con le dovute riflessioni, ero molto sicuro della scelta. A 19 anni, al momento di scegliere l’università, pur essendo tentato dall’opportunità di iscrivermi ad infermieristica, alla fine decisi di laurearmi in biotecnologie. Con il tempo, durante il lavoro quotidiano nei laboratori mi sono accorto che mi mancava una parte fondamentale, ovvero l’interazione con il paziente, punto cardine della professione infermieristica. Per questo decisi di cambiare carriera per essere appagato a 360°».

Qual è l’aspetto dell’essere diventato un infermiere che ti piace di più?

«Il contatto umano con il paziente e la sua evoluzione nel quotidiano o durante la degenza, cercando di fornire un sostegno psico-fisico oltre che tecnico-assistenziale. È una grande responsabilità, ma quando un paziente ti dedica un sorriso, vieni ripagato di tutti gli sforzi»

Oggi lavori in una RSA. Sei soddisfatto dell’ambito in cui stai proseguendo la tua nuova carriera?

«Direi di sì. Il contesto delle RSA viene spesso travisato, non nascondo che anch’io all’inizio nutrivo dei pregiudizi al riguardo. In realtà ho dovuto ricredermi, non è come molti pensano. Si tratta di una piccola comunità, all’interno della quale, per esempio, la famiglia dell’ospite viene spesso inclusa attivamente nel programma di assistenza. Ripensando alla mia esperienza posso sicuramente affermare che, al contrario dell’ospedale, in RSA hai la possibilità di svolgere l’attività assistenziale coltivando di più le relazioni interpersonali. Gli ospiti di una casa di riposo non sono solo ricoverati in un reparto, nelle RSA ci vivono, spesso anche per anni. Fornire assistenza quotidiana a questi pazienti significa conoscerli, ricostruire il loro vissuto. La tipologia di interazione è basilare in un contesto in cui la fiducia va di pari passo con lo svolgimento delle attività di tipo assistenziale.»

Le RSA sono state tra le strutture maggiormente colpite dall’emergenza COVID-19. A distanza di anni ti sei trovato a dover affrontare una “emergenza virus” da un punto di vista differente. Come è stato?

«Quando eseguivo gli screen dei tamponi naso-faringei dell’A H1N1, non avrei mai pensato che un giorno sarei stato io l’infermiere ad aspettare con impazienza l’esito del tampone dal laboratorio, la vita alle volte si ribalta e ti fa vedere cosa c’è dall’altra parte della barricata».

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venerdì 7 Agosto 2020