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Giovani e lavoro: Enrico Pedrotti, dal cantiere alle cure domiciliari

Enrico Pedrotti, classe 1990, diplomatosi geometra, dopo aver passato anni di contratti a progetto nell’edilizia, ha deciso di tornare a studiare e di realizzarsi in ambito sanitario. Oggi è infermiere alle cure domiciliari per l’APSS di Rovereto.

Non dev’essere stato facile rivoluzionare la tua vita, cosa ti ha fatto prendere questa coraggiosa decisione?

Sarò sincero, principalmente la possibilità di un’assunzione a tempo indeterminato che mi garantisse stabilità economica. Ho scelto nello specifico infermieristica per mia madre. Un giorno, stanca di vedermi insoddisfatto, mi disse: “Giocando a pallavolo ti sei infortunato molte volte. Conosci il dolore e sai come gestirlo, perché non provi a mettere a frutto questa tua capacità per il bene degli altri?”. E così mi ha messo la pulce nell’orecchio.

Poi però ti sei appassionato.

All’interno del percorso universitario sono previsti tre tirocini di un mese ciascuno per ogni anno accademico, con cui ho capito che la professione di infermiere varia a seconda della struttura (hospice o territorio) e del reparto a cui si viene assegnati. Oncologia ha rappresentato il punto di svolta, in cui ho capito che amavo il rapporto con la persona. Parlare e relazionarsi con i pazienti – soprattutto quelli oncologici – ti fa cambiare prospettiva: per loro ogni giorno è un miracolo, rappresenta il raggiungimento dell’obiettivo di restare in vita. Cose che spesso si danno per scontate – come alzarsi dal letto, andare in bagno, ecc. – per loro sono una conquista quotidiana e spesso non ci si rende conto di quanto si è fortunati ad avere queste abilità. Parlando con queste persone ho capito che dobbiamo essere grati per tutte le piccole cose “banali” della vita. Il paziente terminale, poi, è consapevole che morirà, non vuole gravare sui propri familiari, né, allo stesso tempo, separarsi da essi: questo impedisce loro di comunicare e sfogarsi con i propri cari. Ed è qui che entra in gioco la mia figura: se ci si pone nel modo corretto, queste persone ti accolgono e ti includono nella loro sfera familiare. È difficile ed impattante, ma è questo che cerco nella relazione con il paziente e che mi fa amare questo mestiere.

E così hai scelto le cure domiciliari.

Esatto, consistono nella presa in carico, su richiesta del medico di base, di pazienti over65 per cicli di terapie o per assistenze integrate, nelle quali vengono trattati da un’equipe almeno una volta a settimana. Se in ospedale sono i pazienti a venire a “casa nostra”, qui siamo noi gli ospiti, di conseguenza si deve creare un rapporto di fiducia e rispetto reciproco. Più di una volta mi è successo che qualcuno chiamasse i carabinieri perché secondo lui ci eravamo posti in modo inadeguato. (Ride).

Cosa consiglieresti ai giovani che volessero intraprendere questa carriera?

Regola numero uno: responsabilità. Tenere sempre bene a mente che lavoriamo sulle persone, non su macchine a cui, se qualcosa va storto, basta cambiare un pezzo: non si deve mai sottovalutare una situazione e le sue condizioni. Nel momento in cui si perde la fiducia del paziente, si perde tutto. Regola numero due: professionalità. Non dire mai “questo non fa parte delle mie mansioni”. Non si può fare gli schizzinosi: quando c’è bisogno, ci si devono rimboccare le maniche. Regola numero tre: coraggio. Non aver paura di cambiare e di metterti alla prova: spostati tra i reparti finché non troverai la strada più giusta per te.

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