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Giovani e lavoro: creare videogiochi, una chiacchierata con Gabriele Marchi

Gabriele Marchi ha 32 anni ed è sviluppatore di videogiochi. Ha studiato da autodidatta programmazione a partire dai 18 anni, inizialmente portando avanti dei progetti con piccoli team di sviluppatori conosciuti su internet, per poi iniziare a lavorare ad esperienze ludiche e commissioni via via più strutturate. Tutto questo lavorando da casa o viaggiando per il mondo.

Dopo i primi giochi flash e  qualche piccola commisione per il Muse ha lavorato, insieme ad un artista brasiliano, ad un gioco più strutturato di nome Tower of Samsara, software platform in cui un’anima intraprende un viaggio tra i diversi stati karmici del buddismo, col fine di liberarsi dell’armatura di cui è prigioniera, diventando nel corso del gioco sempre più libera e vulnerabile. Una grossa commissione è stata poi un simulatore VR di Saipem per permettere agli operai sulle navi di addestrarsi in una realtà virtuale ed eseguire saldature sui tubi che vengono depositati in mare.

Da un anno a questa parte si è  trasferito a Roma per lavorare a più stretto contatto con un gruppo di sviluppatori di nome Yonder, con cui ha aperto una startup e vinto un bando della regione Lazio che finanzia un videogioco mobile che mette in scena una gara di lumache.

Anche in Yonder al momento alternano lo sviluppo di giochi proprietari (attualmente in sviluppo Hell Is Others, AITA e Caracoles) a giochi B2B per committenti, come il gioco musicale di Mahmood e il gioco dell’azienda di moda PINKO.

Come si diventa sviluppatori di videogiochi?

Lo sviluppo di videogiochi indipendenti richiede una grandissima passione e una ancora maggiore dedizione e testardaggine nel portare avanti degli obiettivi per anni, con il tempo che normalizza la tua percezione del gioco portandoti in uno stato confusionale che non ti permette più di realizzare se stai lavorando a un capolavoro o se, in fondo, nel gioco a cui stai lavorando non c’è nulla di speciale. Tutto questo competendo in un mercato difficilissimo che conta decine di nuove uscite valide ogni giorno.

Perché hai scelto questo tipo di percorso?

Lo sviluppo di videogiochi indipendenti, più che un lavoro lo definirei una autentica vocazione che spesso nasce ed è costantemente rinvigorita da una grande urgenza espressiva. E’ un lavoro che mi dà grande gioia, che si confonde e interseca spesso con il tempo libero e che mi ha permesso, soprattutto quando mi sono trasferito a Roma, di conoscere un sacco di meravigliosi creativi di tutte le arti: musicisti, grafici, animatori, sceneggiatori, game designer, nonché belle menti che occupano ruoli più tecnici come i programmatori.

Cosa consiglieresti ad un giovane che volesse intraprendere questa strada?

I percorsi per diventare sviluppatori indipendenti possono essere i più svariati, in quanto per la realizzazione di un gioco è necessaria una moltitudine eterogenea di competenze. Ho colleghi che hanno studiato grafica, cinema,  informatica, economia, musica e persino antropologia. Tuttavia se qualcuno si aspetta che gli altri gli dicano come essere indipendente parte col piede sbagliato. Chi veramente vuole diventare sviluppatore di videogiochi starà già smanettando con codice, con modelli 3d, con disegni, con musiche o con tutto ciò che coinvolge questo stupendo media perché ne è affascinato. Se una persona è appassionata troverà di sicuro la sua strada, probabilmente molto diversa dalla mia. Al limite potrei dare dei consigli, banali e che nessuno rispetterà, quali puntare molto in basso con i primi giochi e non aspettarsi di partire e di progettare subito il nuovo GTA o Final Fantasy, giochi che vengono sviluppati con budget di centinaia di milioni e team di centinaia di sviluppatori. Tuttavia non credo che verrebbero colti (ride ndr), in quanto non conosco un singolo sviluppatore che non abbia iniziato con l’arroganza di realizzare un gioco “out of scope”, imparando l’umiltà a forza di schiantarsi contro il durissimo muro della realtà.

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sabato 3 Dicembre 2022