Dipendenze e rigenerazione sociale: una chiacchierata con Federico Samaden

Avremmo dovuto parlare della tanto dibattuta San Patrignano, invece siamo finiti per parlare di giovani, dipendenze e società. Federico Samaden, dirigente scolastico, presidente della fondazione Demarchi ed incaricato in Provincia «per una crescita sana dei giovani», sa cosa significhi toccare il fondo. Ha voluto perciò raccontare ad UnderTrenta “oggi” (ma ci provò già trent’anni fa) quanto sarebbe necessario risanare l’intero tessuto sociale, per prevenire e curare il problema delle droghe.

Il mondo delle dipendenze, Samaden, lo sperimenta sulla propria pelle all’età di quattordici anni, rimanendoci irrimediabilmente intrappolato per altri dodici: «La tossicodipendenza è un processo di degrado e decadimento della propria vita, progressivo, lento ed inesorabile. È frammentato da momenti in cui si spera (e si cerca) di uscirne, perché quella del tossico non è mai una vita convinta». Quello delle sostanze stupefacenti, infatti, è un richiamo irresistibilmente forte, non dato solamente dai crampi dell’astinenza fisica, ma anche dalla percezione d’una vita che non corrisponde al vero. Il tossicodipendente è abituato ad uno stato di perenne («falsa») eccitazione «e niente al mondo sembra essere in grado di garantire quelle così forti sensazioni che la droga dà». Nulla può, poiché quanto si prova sotto effetto di sostanze, con la vita vera, non ha nulla a che vedere. «Per uscire da tale circolo vizioso è necessario offrire un’alternativa che possieda una carica di forza ed energia equivalente», e spiega: «Mi ha salvato conoscere un posto in cui non c’era solo il non drogarsi, ma dove si viveva concretamente una vita piena di senso, umanità, amicizia, solidarietà, responsabilità e concretezza», confessa, riferendosi a SanPa.
E tale dimensione è risultata per lui talmente entusiasmante, che non solo smise per sempre di fare uso di sostanze, ma: «su quella strada ci ho poi costruito tutto il resto della mia vita: la risposta al problema della droga è una vita di senso».

E cosa significa una «vita di senso»?

«Il vero casino non è fare disintossicare un ragazzo: il problema (per lui) si pone dopo, quando esce», perché restituito ad una società che promuove «esistenze di superficie, legate al materialismo». L’uomo, tuttavia, non si soddisfa di ciò: basti pensare a quanti, pur avendo denaro e ricchezze, «finiscono per imbottirsi di psicofarmaci e vivono infelici». Certo è che la dignità dell’individuo passi anche per la concretezza del lavorare o dell’avere “pane in tavola” ed un “tetto sopra la testa”, ma «solo perseguendo principi morali si può trovare il senso di quell’esistenza che spesso non ci si sa spiegare». «A parer mio, vale la frase: ‘ogni società ha tanti tossici quanti se ne merita’, perché se mettiamo al centro i beni materiali anziché offrire percorsi di senso, non possiamo aspettarci altro che ciò». Gli adolescenti si rintanano nel mondo delle droghe (ed a farlo iniziano sempre più presto) poiché spesso vengono a mancare famiglie che li supportino, ponendo loro anche dei limiti: «Fortunato è chi alle spalle ha genitori che lo accompagnano con esempio e parole al senso e non all’apparenza della vita».

Per leggere la seconda parte dell’intervista clicca qui.

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martedì 22 Giugno 2021