Dipendenze e rigenerazione sociale: una chiacchierata con Federico Samaden (seconda parte)

Per leggere la prima parte dell’intervista clicca qui.

Quindi se tutti i genitori fossero delle buone guide (pur ammettendo gli errori che essi possano fare, insieme con i loro limiti), il problema della droga si risolverebbe?

«Non dico al cento per cento, ma in larga parte. Se ogni genitore si dedicasse all’educazione dei propri figli come il vignaiolo dedica tempo, passione e dedizione alla propria vigna, sicuramente non ci sarebbero i problemi che ci sono oggi e molti ragazzi non sentirebbero quel vuoto che tentano di colmare con la droga». Ovviamente, pur avendo ricevuto una buona educazione, è comunque possibile scivolare, e Federico Samaden di ciò ne è testimone, ma: «prima o poi ci si riprende e si ritrovano le proprie radici, insieme a quanto di buono ci avevano trasmesso i nostri genitori». Samaden ci racconta in seguito che trent’anni fa aveva lanciato un manifesto per l’educazione nel quale si evinceva la difficoltà di molte famiglie nel crescere i propri figli, sommata ad uno Stato che le stava lasciando sole: «da allora non è cambiato niente, anzi, la situazione è peggiorata».

Spaventa, a volte, andare al ristorante e vedere come i bambini fin da piccolissimi vengano abituati ad intrattenersi con dispositivi tecnologici.

«È molto più comodo comprare il cellulare al proprio figlio a dieci anni e considerarlo già grande, piuttosto che fare la fatica di accompagnarlo e starci insieme. Questo è quello che manca oggi ai ragazzi: una guida. E quando manca una guida si va in giro come dei palloncini, sbalzati qua e là dal vento, senza meta. Noi genitori siamo esseri imperfetti ma abbiamo a disposizione uno zaino che possiamo riempire con dolori, gioie, passioni, insomma: con la nostra vita. E abbiamo il dovere di tenerlo pieno, perché verrà il giorno in cui lo metteremo sulle spalle dei nostri figli: questa è per me l’educazione. Oggi invece molti ragazzi ricevono zaini vuoti o con dentro cinquanta euro».
Samaden confessa poi il desiderio di un ambizioso progetto futuro: «voglio costruire una comunità di tregua per minori in mezzo alla natura, dando ai ragazzi da mangiare cose vere, come lo sono musica, arte e sport. Voglio “prenderli” quando iniziano un po’ a perdersi con le prime canne e dar loro invece abbracci, ascolto, attenzioni, per poi rimandarli nel mondo con una consapevolezza nuova e diversa. Creare un’esperienza che li avvicini al senso più profondo della vita, che non è il cellulare, ma il rapporto con l’altro».

Anche se ci sono genitori che fanno del proprio meglio per educare, resta comunque il fatto che spesso l’uso di sostanze venga dipinto come qualcosa che fa “figo”, soprattutto fra ragazzini.

«Questi pensieri fanno parte della superficialità», ha controbattuto: «È solo se ancori la tua vita ad un pensiero più profondo che non sei più disposto a giocartela».

In fondo, però, anche se non con le droghe, sono convinta che ognuno di noi “si perda” a suo modo.

«Certo, la droga è solo uno degli innumerevoli modi per fuggire. Ai ragazzi (ed a noi stessi) dobbiamo dare la possibilità di trovare la propria strada, per dare voce alla parte più profonda di sé, altrimenti ci si mette un vestito che non è il proprio e si inizia a girare per il mondo inquieti, percorrendo cammini casuali e finendo anche magari per combinare qualche casino!».

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martedì 22 Giugno 2021