Didattica a (10.000 km di) distanza. Una scuola californiana

C’è sempre stata la percezione – complici film e serie tv – che la scuola nordamericana fosse diversissima da quella italiana: dai voti (espressi in lettere, e non in numeri) ai corsi (che non è mai chiaro se siano obbligatori o facoltativi). Ma quanto c’è di vero in questo? La scuola americana è davvero così diversa da quella italiana?

«Anche qui la scuola è divisa in tre livelli, elementare, media e superiore, anche se la distribuzione degli anni scolastici è leggermente diversa», osserva Maria Luisa De Seta, che insegna latino in una scuola superiore pubblica nel Nord della California. «Infatti, i bambini cominciano le elementari un anno dopo rispetto all’Italia (infatti, frequentano un anno di transizione tra materna ed elementare), ma finiscono la scuola superiore un anno prima, in quattro anni invece che nei cinque italiani». Ma allora tutta questa differenza dove sta? «Sta nei programmi scolastici. Le scuole italiane, ed europee, hanno un programma fisso, determinato. Qui gli studenti possono crearsi un percorso personalizzato, sulla base dei loro interessi». È un sistema più simile a quello universitario italiano, che a quello della scuola superiore. «Ci sono corsi che possono essere inseriti individualmente e che si chiamano electives e poi c’è il cuore centrale, i common core courses, che tutti devono superare per potersi diplomare. Infatti, richiedono il raggiungimento di certi livelli di competenze misurate con test statali».

Ma non è tutto. Se in Italia il livello della scuola superiore è standardizzato e il più possibile uniformato (si aspetta chi zoppica e si rallenta chi corre, in modo da arrivare al traguardo finale tutti più o meno insieme e allo stesso modo), nelle scuole statunitensi «ci sono diversi livelli perché diversi sono i livelli degli studenti che entrano. In base a dei test o ai voti delle scuole medie, uno studente può per esempio cominciare da una classe di inglese di livello già piuttosto alto nel primo anno di scuola superiore e quindi poi fare un percorso più avanzato. E magari procedere più lentamente in matematica».

Tutto questo in una situazione normale. Ma poi è arrivato il Covid-19 e la didattica a distanza. Con le enormi differenze socio-economiche della scuola pubblica statunitense da affrontare. «Il problema più grande è stato fare in modo che anche gli studenti con meno possibilità economiche riuscissero ad avere gli strumenti per continuare a studiare». Se, in un primo momento, era stato chiesto ai docenti di favorire l’insegnamento in forma asincrona – e la partecipazione non era calcolata tra i criteri di valutazione finale -, con il nuovo anno scolastico le cose sono cambiate. Ora «la presenza online viene valutata legalmente come presenza scolastica» e per permettere a tutti di partecipare «le scuole hanno distribuito computer e connessioni Internet gratis a chi ne aveva bisogno». Naturalmente, la didattica a distanza rimane spesso inaccessibile per studenti portatori di handicap o con bisogni educativi speciali, «per cui le scuole stanno creando dei modelli di supporto speciale, in attesa che un abbassamento dei numeri dei contagi possa permettere a piccoli gruppi di studenti di tornare in classe». Un auspicio che ci auguriamo possa trasformarsi presto in realtà.

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mercoledì 28 Ottobre 2020