Un mondo in armonia

Un mondo in armonia

Un mondo in armonia (a cura di M. Jevolella, ed. Mondadori) è il frutto dell’incontro tra il Dalai Lama e sette personalità impegnate nella cura della sofferenza a ogni livello. Malgrado l’Uomo stia «facendo alla terra quello che ha fatto all’umanità nel passato», Tenzin Gyatso nutre una grande speranza: «se lavoriamo per trenta o quarant’anni le cose cambieranno». Una «speranza autentica» nasce dall’evidente «risveglio dello spirito umano» che vuole maggiori libertà. Un auspicio che pone le basi nello sviluppo positivo delle comunicazioni che portano a una maggior consapevolezza sugli effetti delle nostre azioni a lungo termine: su quelli distruttivi della rabbia e su quelli benefichi di una gentile compassione. Ci parla da uomo alla pari e, a differenza di quanto si possa pensare, ci dice che «un credo religioso è di grande aiuto; ma se non l’avete, potete sopravvivere lo stesso felicemente.»
È necessario fare una premessa sull’approccio buddhista che ruota attorno al concetto di ‘illusione’ – consiste «nell’assenza di un’esistenza indipendente», ogni fenomeno dipende dagli altri, la nostra stessa sopravvivenza dipende da quella degli altri, così come quella del mondo dipende dalla nostra, e viceversa.
La risposta dunque sta in una «responsabilità universale» che in ambienti democratici dovrebbe essere incoraggiata con la divulgazione dei poteri della compassione. Ma come sentire questa responsabilità fino a non poter fare a meno di comportarsi in seno ad essa? Se il degrado ambientale deriva dall’ignoranza umana, come sostiene il monaco buddista tibetano, tutto ciò che serve è un equilibrio interiore per domare la rabbia – fonte di tanta ignoranza –. Come ottenere questo stato di pace interiore? Attraverso una gentile compassione – «il desiderio di alleviare le sofferenze altrui» –. Il solo volerlo però non basta. È necessaria una «speranza autentica» seguita da «un’azione efficace» sulla base di una «motivazione sincera» – consapevole che si agisce per la propria felicità –. Per farlo «non serve nessun templio, perché l’unico templio possibile è il nostro cuore». Abbiamo le potenzialità di cambiare ciò che non ci piace. Abbiamo una mente e un cuore che se uniti possono fare della compassione un’autentica cooperazione.

Il consiglio, concludendo, è quello di restare nel nostro egoismo naturale. Da «sciocchi egoisti» che siamo dobbiamo diventare «saggi egoisti» perché «se cercate di dominare le vostre motivazioni egoistiche e di sviluppare più gentilezza, più compassione per gli altri, alla fine ne avrete maggior beneficio che in qualsiasi altro modo. Dunque, talvolta dico che un saggio egoista dovrebbe praticare in questo modo. Uno sciocco egoista pensa sempre a se stesso e ottiene risultati pessimi. Ma un saggio egoista pensa agli altri, aiuta gli altri come può e realizza la pace che nasce dal riconoscere e di conseguenza agire secondo la responsabilità universale.»

 

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venerdì 6 ottobre 2017