Ta’ziyè. Il dramma islamico

In Occidente siamo abituati a un teatro dove la linea di demarcazione tra finzione e realtà, tra palco e pubblico, è abbastanza netta. Tuttavia, esiste nella tradizione persiano-islamica un tipo di rappresentazione fortemente drammatica, fatta per coinvolgere la platea, come un rito religioso di gruppo. Si tratta del Ta‘ziyè (o Ta‘ziya), teatro sacro nato per ricordare il martirio dell’imam Hossein (nipote di Maometto) e l’eccidio di Kerbala (VII sec. d.C.), avvenuti per problemi dinastici dopo la morte del Profeta.

Sviluppatosi probabilmente a partire dal X secolo, il rito inizialmente si svolgeva in un qualsiasi luogo aperto mentre a cavallo fra Ottocento e Novecento comparvero i primi palchi (tekkiyè) per gli attori, dalla caratteristica forma tonda e aperta (non ci sono quinte). Questi servivano soprattutto come riconoscimento della scena, poiché gli oggetti e le scenografie erano quasi assenti: i personaggi si distinguevano per i costumi, i canti e le flagellazioni, e potevano essere presenti anche cavalli. Il pubblico, seduto per terra e colpito interiormente dal cordoglio funebre, poteva lamentarsi e piangere assieme agli attori, annullando qualsiasi differenza tra il recitato e il vero.

Nel 2003 il regista Abbas Kiarostami ha portato il Ta’ziyè per la prima volta in scena a Roma.

Cultura
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martedì 7 aprile 2020