Presentazione informale di Stefano Arienti

Presentazione informale di Stefano Arienti

Nell’arte contemporanea sono oramai stati travalicati quasi tutti i possibili confini relativi ai materiali impiegati nelle opere, come il riciclo di materiali. Stefano Arienti appartiene a questa categoria anche se è sempre difficile e spesso riduttivo etichettare gli artisti contemporanei. Arienti lavora con vari materiali: la carta (fumetti, elenchi telefonici, poster, carta velina, fotocopie, cartoline), la plastica (sacchetti che diventeranno alghe, palline, serpenti di gomma), il pongo e il puzzle, il polistirolo, il marmo, l’argilla, le immagini (foto, diapositive), i libri, statuine votive, i cd, i vinili e i tappeti. Altrettanto diversificate sono le tecniche utilizzate nelle sue opere, dalle semplici piegature, passa alle cancellature, alle sovrapposizioni di pongo o di tasselli di puzzle sui poster, tagli, cuciture, forature, ricalchi a inchiostro e a forellini, raschiature delle foto, strane collezioni e molto altro ancora.

Alghe 2013 Foscarini Spazio Soho

Nato in provincia di Mantova (1961), è un artista per caso, riconosciuto prima dagli altri come tale e solo successivamente da se stesso, come afferma lui stesso in varie interviste: grazie a degli amici si ritrova a partecipare alla collettiva Brown Boveri a Milano nel 1985. Questa esperienza lo porta a conoscere giovani artisti e soprattutto Corrado Levi, il quale apprezza particolarmente il diverso modo di Arienti di rapportarsi all’arte: nuovo e non condizionato da precetti, infatti la sua non è una formazione artistica.

Immagine

Laureato in agraria con una tesi in virologia su un virus che accartoccia le foglie della vite, i suoi studi scientifici si ripresentano sotto svariate vesti nelle diverse operazioni attuate da Arienti, sia in forma di cancellature o di graffiature che nel suo metodo di analisi e nell’accurata raccolta di oggetti classificati.
Non cerca un proprio stile o tratto riconoscibili, ma spazia tra i vari generi e le differenti tecniche, testando sul campo metodologie che, non avendo ricevuto una formazione artistica, non gli erano state insegnate. Anche per questo il materiale di partenza per le sue operazioni è preso dal quotidiano, da qualche cosa di già esistente, a cui l’artista dona nuova dimensione e ruolo.
Tuttavia, è possibile riscontrare due principali costanti: la scelta di materiali già esistenti, il più spesso presi dal quotidiano e recuperati dal loro macero per donare loro un nuovo valore; la ripetizione quasi maniacale delle azioni scelte. E la consapevolezza che i propri metodi possano essere riprodotti da altri, senza rivendicarne la paternità di invenzioni, poiché tutto è già stato detto e anche le immagini sono già state fatte. È molto sensibile alla sovrabbondanza di immagini della cultura di massa e la sua missione, attraverso alcune opere (Marilyn), è proprio quella di insegnarci a proteggerci da questo bombardamento di stereotipi prestabiliti.

Marilyn 1993 (2)  marilyn 1993

Leggi anche: Arte di fabbrica, il caso della “Brown Boveri”

Cultura
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mercoledì 4 ottobre 2017